L’ordine del giorno concernente il funzionamento delle regioni
approvato dalla direzione diessina nei giorni scorsi ha provocato
un aspro dibattito nell’area dell’Ulivo. Agghiacciante è il
termine più consono a definire quanto è successo.
Non abbiamo tutti gli elementi per esprimere una valutazione
complessiva sul modo in cui le regioni governate dal
centrosinistra funzionano. Abbiamo però la certezza che il costo
della politica ha raggiunto livelli di guardia e che si lavori più
alla costruzione di sistemi di potere personale che all’interesse
collettivo. Non è questione di moralità . All’uopo ci sono organi
preposti che, siamo certi, alla bisogna faranno il loro dovere.
Risibili i gridi di dolore di certi presidenti, allucinante il
solito Mastella. Soltanto la presidente del Piemonte, Mercedes
Bresso, ha riconosciuto il sussistere di una situazione
intollerabile. Marrazzo, Loiero e Bassolino l’hanno presa male, ma
sbagliano. La questione non nasce per una campagna qualunquistica
di destra e non c’entra affatto il centralismo. E’ problema reale
avvertito da studiosi e dalla gente comune. La questione della
qualità  dell’amministrazione locale esiste e si è andato via, via
aggravando. Quello che emerge dalla discussione è il problema
della qualità  democratica e di rapporto tra etica e politica.
Andiamo con ordine. Tutte le regioni hanno scelto il
presidenzialismo ed eleggono, quindi, direttamente il loro
presidente che ha poteri assoluti rispetto al consiglio regionale.
Tutte le regioni hanno aumentato il numero dei consiglieri, quello
degli assessori e quello delle commissioni. Contributo sostanzioso
alla lotta per l’occupazione intellettuale il numero degli addetti
alle segreterie, alle presidenze e negli staff. Non si possono
negare poi le adeguate consulenze sulle materie di competenza
regionale e di conseguenza altri contratti atipici. Lavori non
gravosi, viste le competenze dei consigli e più che mai ben
pagati. Tutto votato in modo bipartisan e in piena allegria di
tutto il ceto politico addetto ai lavori. Le direzioni nazionali
dei partiti per ignavia e incompetenza si sono completamente
disinteressate a questo processo degenerativo. Non pensiamo che
questa ragnatela di clientes dipenda semplicemente dalla cattiva
attitudine dei singoli amministratori. E’ il sistema politico che
produce questa mostruosità  corrosiva della democrazia.
Con questa convinzione questo giornale ha affrontato ripetutamente
la questione del presidenzialismo in rapporto alla democrazia
rappresentativa prevista dalla costituzione. Il previsto aumento
dei membri dell’assemblea ci sembrava fuori misura.
Non abbiamo avuto una grande audience: il ceto politico umbro era
tutto rivolto alle candidature e poi alla conquista delle
preferenze. Le forze sociali, sindacati compresi, indifferenti o
d’accordo con quanto decidevano in consiglio regionale. I rari
dirigenti della sinistra schierati contro il presidenzialismo sono
rimasti pochi e isolati. La leaderite acuta ha stravinto.
E sembra che continuerà  a vincere nel centrosinistra. Caso ultimo
della malattia, così diffusa nella casta politica, è analizzabile
nella scelta delle primarie di ottobre volute da Prodi ed
2
entusiasticamente cantate da Bertinotti. Permanendo formazioni
politiche più simili a ectoplasmi che a strutture democratiche, vi
può essere la tentazione di chiedere agli elettori un voto anche
per la scelta dei candidati, i pareri al riguardo sono diversi. E’
il caso delle primarie dell’Ulivo? No. Nessuno ha proposto di
aprire una metodo di scelta dei candidati che riguarda tutti i
concorrenti per le elezioni politiche del 2006. Le oligarchie
romane e locali sono da tempo al lavoro e stanno già  spartendosi
tranquillamente i collegi e gli eletti. Si fanno elezioni primarie
per indicare il leader della coalizione sapendo che già  tutti i
partiti dell’Ulivo hanno scelto Prodi. E d’altra parte il leader
della coalizione non è previsto da nessuna legge vigente. Si
tratta di un’altra tappa della deriva plebiscitaria costruita in
anni e anni di duro lavoro per affermare partiti personalizzati e
clientele diffuse? Per mobilitare l’elettorato del centrosinistra
si è scelta una strada ambigua e stupisce che Rifondazione e la
sinistra abbiano sottovalutato il rischio di un meccanismo che, al
di là  della volontà  dei singoli, è un procedimento plebiscitario
pericoloso in contrasto con l’anima della Costituzione
repubblicana.
Soltanto nella controriforma costituzionale voluta dai berluscones
il primo ministro assume i caratteri dell’uomo che ha avuto il
mandato dal popolo e che quindi solo ad esso risponde. Alla faccia
del ruolo del Parlamento e degli altri poteri democratici.
Sommessamente. Il berlusconismo senza Berlusconi rimane una
possibilità  indigeribile.

Share This

Condividi

Condividi questo articolo con i tuoi amici.