PAURA

La squallida vicenda parlamentare della legge sullo Jus soli ha molti piccoli padri (piccoli in tutti i sensi, anzi piccini) e una sola grande madre, la Paura. Una paura pervasiva, sorda, velenosa che ha serpeggiato per tutta l’estate sotto la pelle del paese, si è gonfiata a dismisura, è cresciuta su se stessa sull’onda dei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani, dei proclami dell’opposizione e degli atti di governo, operando come un contagio contro cui non sembra esserci vaccino che tenga. Ebbene lo confesso. Anch’io ne sono stato contaminato. Anch’io ho paura.

Non di quello di cui sembrerebbe che tutti dovrebbero averne per esser conformi alla vogue mediatica. Non del migrante, del negro, dello straniero, del pericolo che viene da fuori. Ho paura del morbo che viene di dentro. Ho paura di quanti – e sono tanti – alimentano quella paura, degli spregiudicati imprenditori delle fabbriche della paura, che mobilitano persino il batterio della malaria al servizio del proprio odio etnico e politico. E di quanti la cavalcano, quella paura, per qualche pugno di voti, da conquistare o da non perdere. Ho paura dei Salvini e dei Minniti, dei Sallusti e degli Esposito. Di chi apre le cataratte della peggiore demagogia xenofoba e di chi si presenta come olimpico custode di una legalità formale umanamente insostenibile. Ho paura di un partito che si definisce “democratico” nel suo stesso nome e sacrifica un principio umano fondamentale sull’altare di una lesionata maggioranza. Ho paura di una diplomazia che seleziona i propri alleati tra i peggiori aguzzini libici, pur di scaricare su di loro il lavoro sporco. Ho paura della violenta ipocrisia che ne emana.

HO PAURA anche del mio prossimo. Di ciò che siamo diventati: dell’anziana pensionata che a Ventimiglia, affacciata alla finestra della propria casa al pianterreno, aspetta tutti i giorni il passaggio della volontaria di Intersos che assiste l’umanità dolente accampata sul greto del torrente, per insultarla. Degli anonimi vicini che tagliano di notte le gomme dell’auto a chi presta ospitalità ai migranti. Dell’uomo in malarnese, forse un disoccupato o un cassintegrato, che mi guarda storto se sulla porta del supermercato scambio un sorriso col senegalese in attesa, e gli affido il carrello perché ne ricuperi l’euro…

Mi spaventa, soprattutto, l’impressionante permeabilità del nostro immaginario (collettivo e individuale”) all’operazione mentale che ha portato a trasformare la migrazione da problema in ossessione (in nuovo “pensiero unico”), forzandone parossisticamente le dimensioni percepite (l’”invasione”!) e facendola esplodere nell’agenda politica. Perché di una vera e propria “operazione mentale” – o sul mentale – si tratta, a cui stanno lavorando tutti e tre i principali attori politici, quelli d’opposizione con l’intenzione di quotare alla propria borsa la paura come arma di delegittimazione di massa del governo, e quello di governo, per quotare alla propria borsa la promessa la securizzazione del fenomeno e il monopolio del controllo della paura.

UN’OPERAZIONE – possiamo aggiungere -, non nuova, paragonabile ad altre, che negli ultimi decenni hanno trasformato le linee di fondo del nostro sistema politico: quella che nella prima metà degli anni Novanta ha segnato la fine della Prima Repubblica e del suo sistema dei partiti (di massa), e quello che alla fine del primo decennio del secolo ha posto fine al tendenziale bipolarismo della Seconda Repubblica. Entrambi strutturate sullo stesso meccanismo che portava a far deflagrare un aspetto reale ma particolare fino a totalizzarlo e fargli occupare l’intero campo della discussione e dell’azione pubblica: nel primo caso si trattò della corruzione, nel secondo dello spread e della crisi del debito. Ora tocca ai migranti. E c’è davvero il rischio, reale, realissimo, che su questo tema ad alta potenzialità emotiva, se non si riuscirà a disinnescarla quella carica, si strutturi tutta la prossima campagna elettorale, piegando ad esso il profilo delle forze politiche e dell’azione istituzionale, in una rincorsa a chi con maggior clamore sfida e travalica il confine tra umano e inumano, nella ricerca di consenso.

MA DISINNESCARE quella carica esplosiva non è cosa facile. Non basta contrapporre al trionfo dell’inumano il racconto umanitario per dissolverla. Né il richiamo edificante a una solidarietà triturata e massacrata nella deriva individualistica che per decenni ci ha riconfigurati. La “malattia” è di sicuro “mentale”, ma ha una solida base materiale. La paura che si fa ostilità verso l’altro ha le sue radici nel processo di deprivazione, di perdita, di marginalizzazione e di precarizzazione dell’esistenza che ha sfarinato la nostra società. Nell’esercito di declassati, falcidiati nel reddito, umiliati nello status, smarriti nella dissoluzione dell’identità professionale o sociale, nella sensazione di essere stati abbandonati, sacrificati, dimenticati. È nella rabbia dell’”uomo dimenticato” e della frustrazione dell’indebitato e del fallito, che si annida la “malattia mentale” della paura dell’altro, dell’invasione, dello straniero… «Chi è sradicato sradica» scriveva Simone Weil a proposito della catastrofe mentale consumatasi entre deux guerres. Potremmo riadattarne il senso dicendo che «Chi è deprivato depriva»… E suona a beffa feroce che i responsabili di quella deprivazione, chi dal governo (centro-destra o centro-sinistra) ha contribuito con le proprie scelte sciagurate, d’austerità e di privilegio, a produrre quella deprivazione di massa, oggi tenti di usare quella stessa massa di deprivati – quei “penultimi” infuriati – per trarne consenso a danno degli ultimi tra gli ultimi.

È a quei “penultimi” che dovrebbe guardare una sinistra che si volesse adeguata alla sfida, per difenderne con le unghie e con i denti reddito, status e garanzie, se non si vuole che sull’altare dei loro diritti sociali offesi sacrifichino fin anche i diritti umani degli altri e di tutti.

Marco Revelli Il Manifesto del 15 settembre 2017

L’obbiettivo non è il governo ma una nuova forza

Il Forum “C’è vita a sinistra” (il manifesto, 8 luglio) ha avuto il merito di mettere finalmente di fronte alcuni interpreti potenziali della costruzione di una lista di sinistra e forse, obiettivo ancor più ambizioso, di un processo unitario, facendoli interloquire direttamente.

Cosa che prima era avvenuta solo a distanza e in modo separato. Il guaio è che con qualche variante è ancora quello che sta accadendo ora.

Le chance «da uno a dieci» di avere una «lista si sinistra capace di raccogliere il consenso di quei milioni di ex elettori che non votano più» – la domanda iniziale del Forum – sembrano assottigliarsi. C’è bisogno del classico colpo di reni e sarebbe bene avvenisse prima della cesura estiva, tracciando fin d’ora un road map che ci metta al sicuro da indecisioni e tentennamenti autunnali, che sarebbero letali.

I singoli hanno le loro responsabilità, passate e presenti, anche per quella sorta di irrigidimento autodifensivo generato da debolezza, ma sarebbe ingeneroso e fuorviante fermarsi a questo. Il nodo da sciogliere è che cosa si vuole ottenere con una presentazione elettorale. Va detto con nettezza che la posta in gioco non è il governo del paese. Dirlo con onestà non allontanerebbe voti. Anzi. Un obiettivo di simile natura è completamente fuori dalla portata di ciò che esiste a sinistra.

Non è poi così banale affermarlo, dal momento che dietro la ripetitività della formula del cosiddetto nuovo centrosinistra, si cela l’ambizione se non la convinzione della possibilità di ricoprire ruoli di governo seppure in forma subordinata. Un senso di responsabilità completamente travisato. Anche quando ce ne si rende conto, poi lo si nega nel passaggio successivo.

Ad esempio, D’Alema – persona attenta con le parole – afferma nel forum che la domanda è “volete o no che ci sia la sinistra?” Giustissimo, è esattamente questo l’interrogativo che dovremmo porre al nostro potenziale elettorato. Riguarda sia una lista che un eventuale soggetto politico. E’ un interrogativo che
segna un’epoca, proprio perché la risposta è tutt’altro che scontata. Quindi ci si dovrebbe presentare a un simile appuntamento con l’intelligenza dell’umiltà che non significa affatto la dismissione di ruoli e responsabilità ma la loro giusta riconsiderazione alla luce delle attuali condizioni.

Ma poi lo stesso D’Alema ripropone il centrosinistra, la “bandiera gettata nel fango” da Renzi, negando quindi l’assunto iniziale. Invece qui bisogna scegliere. O si lavora per ricostruire una sinistra, di cui il passaggio elettorale può essere un primo atto, oppure ci si prepara ad essere come l’intendenza che segue e a un più che probabile fiasco elettorale. Obiettivo, esiti e credibilità della lista vanno assieme. Se non è chiaro il primo non si ottengono gli altri e viceversa. D’altro canto in questi dieci giorni – guardando per ora solo lo scenario nazionale, ma con la consapevolezza che agiamo in un ambito europeo interdipendente chiamato anch’esso tra meno di due anni a elezioni – alcune cose si sono venute chiarendo.

Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sulla vocazione centrista con sguardo fisso a destra del Pd – ed è la definizione più tenera – se li è potuti togliere. Basti pensare alla vergogna della rinuncia allo ius soli o alla stessa ipotesi di agitare la carta dell’allontanamento del fiscal compact per abbassare le tasse anziché per rilanciare la spesa sociale e per investimenti, malgrado si sia coscienti, o si dovrebbe esserlo, che gli effetti reflattivi della prima scelta sono ben inferiori alla seconda. Mentre la repentina conversione destrorsa del M5Stelle libera forze in attesa di una credibile rappresentanza che non andrebbero deluse.

La stessa rinuncia di Pisapia a candidarsi alle elezioni – un episodio in sé minore – è sintomatica di una irrisolta identità e autonomia. Era già chiara la differenza fra il Brancaccio e Piazza Santi Apostoli. Il primo era percorso dalla domanda “cosa proponiamo?”, la seconda da “chi siamo?”.

Questioni di per sé non confliggenti, ma che necessitano un ordine di percorso (crono)logico-politico per essere risolte. Per questa ragione conviene partire dal Brancaccio e necessita una maggiore e tempestiva presa di responsabilità da parte di chi vi ha dato vita e vi ha partecipato.

I tempi sono brevissimi e impietosi. A quell’appuntamento sono seguite assemblee di territorio e altre ne seguiranno. Così pure approfondimenti tematici. Come si vede una scelta ben diversa da quella di improbabili primarie non si capisce fra chi, con chi e per cosa, alla ricerca del nuovo o del perduto leader.

L’esperienza di altri paesi europei ci dice che non esiste un’unica formula o un modello di percorso per dare o ridare vita a una sinistra. Ma un principio di base, sì. Un principio che rifiuta di essere confuso con un generico e indistinto populismo, considerando quest’ultimo come un terreno di lotta fra destra e sinistra.
Sul tema dei migranti questo è di una chiarezza solare. Ed è il legame dialettico, cioè non monodirezionale, con persone e figure sociali, diffuse e/o organizzate, portatrici di pensiero, di idee, di bisogni, di diritti.

Solo questo può evitare la frantumazione sia del giorno prima come del giorno dopo la scadenza elettorale.

Certo ci vuole coraggio. E il coraggio non ama modelli né continuismi: è sempre originale.
Alfonso Gianni
il manifesto 18 Luglio 2017

DISASTRI

Perpetuando il vizio della negazione dell’evidenza, movimenti e partiti dichiarano di aver avuto un successo nelle elezioni amministrative del 10 giugno. Solo Grillo riconosce che 5 Stelle non ha avuto un buon risultato. Per recuperare ha pensato bene di inseguire la Lega di Salvini nella caccia ai Rom e in genere agli immigrati. La sindaca Raggi dichiara Roma off limits per i gitani e per i mendicanti che operano attorno alle stazioni del metrò. Prioritaria, per la Sua amministrazione, è la questione dei campi Rom. Il nuovo che avanza è indifferente al disastro di immagine di una capitale incapace di risolvere problemi vitali per i cittadini come i rifiuti o lo stato delle sue strade,  della fuga di tanti centri di produzione verso Milano, del degrado sociale ed economico della più bella capitale d’Europa. Bazzecole. Sono i poveracci che necessitano di più controlli. Chi ha votato 5Stelle con la speranza di aver finalmente una amministrazione efficace e adeguata alle bisogna deve prendere atto che il nuovo somiglia molto al vecchio e l’incompetenza non è risolvibile con le chiacchiere di un comico. Enfatizzare la democrazia diretta del web non è sufficiente a ottenere consenso elettorale. Scegliere un candidato sindaco con cento “mi piace” non sembra essere cosa saggia anche se sembra molto cool, come direbbero  gli inglesi. Perplessità sulle verità di internet sono giustamente diffuse. Forse bisognerà affrontare le noiosissime riunioni in cui il popolo discute e sceglie i candidati. Molto retrò ma che ha dimostrato efficacia per molti anni. La sindaca Raggi può legitimamente continuare a accusare le vecchie amministrazioni (pessime) di centrodestra e di centrosinistra, ma ad un certo punto dovrà iniziare a risolvere qualche problema.
Con frettolosità i partiti hanno dichiarato la propria soddisfazione per i risultati e tutti hanno considerato irrilevante il crollo dei votanti. Negli ultimi venti anni si è passati da una partecipazione al voto amministrativo di oltre l’80 per cento al 60 percento. Certo si può dire che la disaffezione al voto è diffusa in Europa. Macron, il nuovo enfant prodige tanto amato anche in Italia, ha vinto le presidenziali alla grande e ha ottenuto alle politiche il 32 per cento ma alle politiche i votanti sono stati pochi. Un francese su due ha scelto l’astensione quindi Macron ha vinto con il 16 per cento degli aventi diritto al voto. Molti intellettuali di ogni colore ritengono che le forme democratiche più diverse siano ormai tutte in crisi. Le ragioni sono molteplici e riconducono tutte alla crisi della politica e delle forme della struttura pubblica. Dove nasce la incapacità della politica nell’affrontare i problemi posti dalla globalizzazione? La crisi della politica viene dichiarata a tutte le latitudini e il ceto politico continua a cercare scorciatoie che si scontrano almeno in Italia con l’interesse per la sopravvivenza di simil partiti e con interesse dei singoli per la propria sopravvivenza. Non c’è sistema elettorale perfetto. La sciocchezza del pifferaio di Toscana che prevedeva una legge elettorale che garantiva un vincitore la sera dello spoglio elettorale, era appunto una stupidaggine. Il sistema maggioritario più estremo, quello della Gran Bretagna, può produrre  a due settimane dal voto un governicchio della signora May destinato a vita grama come la neve d’agosto. Ballerà una sola estate la leader dei conservatori inglesi. Politicamente ha vinto l’arcaico Corbyn nonostante tutte le previsioni degli opinion maker e ha vinto con una piattaforma elettorale chiaramente di sinistra che mette in soffitta il blairismo conquistando la maggioranza del voto giovanile. Occasione di riflessione anche per il PD? Non se ne parla, Lui ha dichiarato che è stato un peccato. Se al posto di Corbyn ci fosse stato un blairiano i laburisti avrebbero vinto. Non c’è limite al ridicolo.

Chi ha smacchiato l’Umbria

La domanda è : “Chi ha smacchiato l’Umbria Rossa?”. Prima di tutto è stata veramente smacchiata?
Si non ci sono dubbi. E’ stata smacchiata da un “combinato disposto” di cause internazionali, nazionali e locali. Un mix esplosivo che ha portato, praticamente , alla sparizione della sinistra organizzata in questa regione.
Cominciamo ad elencarle.
La prima e la più dirompente è il trionfo dell’individualismo come unica forma di partecipazione politica. Lo strumento che ha cambiato la cultura politica locale è stato il sistema maggioritario e l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti che, mano mano, ha portato allo svuotamento dei partiti e al trionfo di gruppi, correnti e capi bastone. Un processo che ha determinato uno scadimento costante dei gruppi dirigenti e dei contenuti.
Perchè?
Se l’unico o il principale obiettivo è quello dell’occupazione del potere , chi la persegue si circonda di una pletora dei famosi portaborse, che non possono che non essere di bassa statura culturale, perchè devono avere come caratteristica quella dell’obbedienza totale al capo. Di conseguenza l’attività politica sostenuta non tiene più conto dell’interesse generale, ma solo dell’interesse particolare , cioè del “leader” e di quelli che lo appoggiano.
Niente bene comune?
Si, è una mutazione automatica. Faccio un esempio per spiegarlo. La cosiddetta sinistra, dagli anni 80 in poi è andata sempre più impegnandosi sui diritti civili, quelli individuali e sempre meno su quelli collettivi. Anzi quelli li ha rimessi in discussione e non da adesso. Non che sia un male assoluto, ma non può essere l’elemento distintivo. Anche perchè i diritti individuali hanno un senso solo se vengono garantiti quelli collettivi, che vengono prima.
Perchè prima?
Perchè se non hai la libertà dal bisogno e le garanzie di mantenimento di questa libertà, il resto serve a poco è solo forma . Ed è una forma che diventa sostanza solo per le classi più abbienti. Non a caso sono una stati sempre una bandiera dei liberal, non dei comunisti, che hanno si partecipato, e determinato a vincere grandi battaglie come quelle sul divorzio e sull’aborto non dimenticandosi mai di tenere in primo piano temi come il lavoro, la casa, la salute e la qualità della vita.
Ma, tornando a bomba, può, una semplice legge elettorale cambiare i connotati di una parte politica importante come la sinistra?
Ma la legge è una conseguenza di scelte precise. La prima e la più importante è quella di avere colpito costantemente e continuamente le autonomie locali e con esse il territorio e la rappresentanza. La conseguenza di tutto questo è stata l’eliminazione o la forte limitazione dei corpi intermedi fondamentali per la sinistra come partito, sindacato e associazioni di massa. Tutta quella roba che faceva partecipazione e , soprattutto, mobilitazione popolare.
E che è stato fatto in sostituzione?
Quello che comunemente viene chiamato sistema di potere.,E’ stata una trasformazione che ha cambiato profondamente la sinistra. Tra la fine del secolo secolo e l’inizio di del ventunesimo nella nostra Regione tra Comunità Montane, Ati, Consorzi di vario tipo e su varie materie, Parchi regionali, Atc e Commissioni per tutti i gusti e per tutti gli usi, non c’era famiglia umbra che non aveva portato a casa un incarico. E la maggior parte di questi avevano uno stipendio, una corresponsione, un gettone, un rimborso ecc.
Insomma le istituzioni non erano più il centro della politica?
Ma certo che no.Andate ad assistere ad un consiglio comunale. Scoprirete che il 99% di quelle riunioni non servono a niente, non decidono niente. Chi è stata eletto, salvo il Sindaco, non ha alcun potere. Le decisioni sono in capo al primo cittadino e alla Giunta che non è composta da eletti, ma da nominati. E questo vale anche per le assemblee regionali che hanno perso di significato esattamente come  i parlamentari che non rappresentano altro che loro stessi.
La famosa democrazia dei nominati.
Esatto. Una pratica che non ha riguardato solo le assemblee elettive ma tutto il sistema. Attorno a Regione , Comune e, fino a poco tempo fa, le Province (che adesso sono enti nominati dai comuni) hanno girato e girano intorno una pletora immensa di enti, strutture, aziende e società pubbliche i cui responsabili sono tutti nominati. Ma attenzione, non si tratta solo di forma o della ricerca di facile consenso. Piano piano i veri centri decisionali sono diventati questi, con conseguenza catastrofiche per la democrazia e per la rappresentanza.
In che senso?
Nel senso che il mondo dei nominati ha, piano piano sostituito il mondo degli eletti. Oggi Presidenti e Sindaci sono in mano i tecnocrati. Le decisioni vere le prendono quelli che dirigono le aziende, i tecnici degli enti, i dirigenti. Sono loro che spendono e maneggiano il denaro pubblico gli enti elettivi lo distribuiscono solamente. E a chi rispondono nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che un Consigliere non rappresenta più niente, né il territorio, né categorie sociali, né valori di partito.
Vorrei capire. Insomma la sinistra umbra, che avrebbe creato tutto questo è stata vittima di se stessa?
E’ stata vittima di una cultura che non le appartiene e che non conosce perchè viene da un’altro mondo, quello collettivo, quella del noi e non dell’io. Distruggendo il ruolo della democrazia di rappresentanza, delle Autonomie Locali, dei corpi intermedi ha distrutto se stessa. La sua forza era il rapporto diretto col territorio e coi cittadini. Finito questo rapporto di fiducia è arrivata la crisi. E non è un caso che a subirne le conseguenze sono stati proprio gli esponenti provenienti dalla storia del Pci, colpevoli, agli occhi della gente, di essere diventati come gli altri, anzi, peggio degli altri.
Però un “partito c’è ancora”. Il Pd.
Esiste in astratto. Il Pd non è più un partito di massa e soprattutto la sua strutturazione è per correnti e potentati. Cose che funzionano autonomamente sia al centro che in periferia. Il partito diventa quindi solo una sigla da presentare alle elezioni, senza progetto, senza ideali e senza vaIori e senza l’ambizione di cambiare la società. Venendo meno il partito, il sindacato ormai è più un patronato che uno strumento di difesa dei lavoratori. Oggi solo la Fiom cerca di ricordarsi qual’è il ruolo del sindacato. Infine ,vorrei chiedere a tutti; che ruolo hanno la Cna, la Confersercenti e l’Arci? E soprattutto che differenze ci sono con la Confartigianato, la Concommercio o l’Enal? Ve lo dico io nessuna. Fanno solo servizi e guadagnano su questo, ma niente sindacato di categoria o azione di massa su settori importantissimi come economia, cultura e sport.
In conclusione?
Sono entrati in logiche lontane dalla loro storie, logiche che chi veniva dalla Dc e, in parte, dal Psi sapeva maneggiare con destrezza. Vuoi una conclusione? In soli 10 anni gli altri, quelli distrutti da tangentopoli, si sono presi e ripresi tutto. Con una differenza. Lo hanno fatto conquistando non abbattendo le fortezze del vecchio nemico. Ma il lavoro sporco non l’hanno fatto loro. Quando sono arrivati non hanno infatti dovuto smacchiare niente. A farlo ci avevano già abbondantemente pensato quelli di prima.
Chi?
Quelli che nei film western venivano chiamati “i nostri”

UN PARTITO MAI NATO

 

Il nostro giornale nella sua lunga storia ha costruito un lungo dialogo con tutte le forze organizzate o no che fossero volte a comprendere la realtà e trovare la strada per impedire il degrado delle forze politiche della sinistra umbra

Senza settarismi e cercando di promuovere una discussione e rifuggendo dallo sventolare bandiere che non fossero valori e idee per una sinistra rinnovata e adeguata ai nostri tempi,  abbiamo giudicato “il nuovo che avanza” una sciagura per una sinistra comunista che non avendo avuto l’intelligenza e l’umiltà di fare i conti con i propri errori sembrava pronta a costruire soltanto il nulla.

Questo nostro tentativo non ha avuto successo. Oggi abbiamo a che fare con gruppi dirigenti rinnovati anagraficamente ma completamente incapaci di capire le ragioni di fondo dell’arretramento del consenso popolare e della perdita di “feudi” amministrativi del rilievo di Spoleto o Perugia e molti altri ancora.

Nell’ultimo decennio in Umbria un’intera classe dirigente è cambiata. Non è stata la rottamazione renziana ma il risultato dell’accrocco chiamato Partito Democratico che ha consentito la marginalizzazione di dirigenti ex PCI ormai privati dalla gestione dell’amministrazione pubblica. La feudalizzazione della politica ha messo in campo altri vassalli che non sanno bene che fare di fronte alla inarrestabile caduta della spesa pubblica. Come ottenere consenso popolare senza una politica altra da quella del controllo della conduzione degli apparati pubblici? E in presenza dello svuotamento delle risorse e poteri decentrati dello Stato come si può ritrovare la strada per resistere a una crisi economico-sociale che ha riportato l’Umbria ad essere la regione del sud più a nord? Ci vorrebbe qualche idea che tenga conto della non riproducibilità di un sistema di potere incentrato soltanto sulla spesa pubblica ma capace di aggregare forze e intelligenze. Con quali strumenti? Non c’è ormai da molti anni un’idea politica, una visione del mondo su cui discutere. Anzi di politica nel PD non si parla mai quasi per principio. C’è qualcuno che conosce perché caio è contro tizio? Perché la giunta regionale è stata in fibrillazione per mesi o perché a Foligno e a Terni le maggioranze sono a rischio? Le aspre contese sembrano riguardare esclusivamente l’occupazione di seggiole, seggioline e strapuntini per vassalli e loro clientes. Non è incoraggiante anche perché non è obbligatorio vivere nel pantano. Nel pantano ci siamo finiti per molte ragioni. Molte legate al trionfo del neoliberismo come ideologia dominante anche a sinistra; questo ha portato alla caduta di ogni capacità di elaborazione e di studio delle classi dirigenti dei progressisti. La politica istituzionale del centro-sinistra ha prodotto disastri di cui pagheremo il conto per molti anni.

Un esempio per tutti. Le riforme con il timbro di Bassanini hanno modificato il funzionamento del potere amministrativo decentrato.  Nel passato un sindaco in Umbria o un presidente di provincia era innanzi tutto un capo popolo oggi è capo di un’azienda con un suo staff, gli assessori e un’assemblea i cui soli poteri sono quelle delle interrogazioni. E come nelle aziende private, tutto il potere amministrativo è nelle mani dei manager.

Nell’interessante rapporto di Fabrizio Barca elaborato sullo stato del PD perugino viene descritto lo stato dei circoli e il rapporto con i gruppi dirigenti centrali. Pur interessante il rapporto marginalizza una questione decisiva che a nostro parere è quella della rappresentanza. L’aver consentito la politica dei “nominati” ha prodotto la scomparsa di ogni rapporto tra eletto e elettore. Molti della redazione di Micropolis forse non saprebbero elencare i parlamentari eletti dal centro-sinistra in Umbria. Nel Pci post stalinismo la direzione poteva indicare soltanto due eletti in Parlamento. Gli altri candidati erano obbligatoriamente sottoposti al giudizio delle sezioni. I più anziani dicono che non erano discussioni semplici e scontate. Ma forse è soltanto nostalgia dei tempi andati. E poi adesso ci sono le primarie che danno la parola al popolo.

Una sintesi del rapporto Barca: “in molti casi, i circoli risultavano essere strumento delle correnti per il governo del consenso, in Umbria i circoli sono spesso abbandonati a loro stessi e le correnti di partito, che pure giocano un ruolo fondamentale nella gestione del potere, sembrano occuparsene quasi per nulla tranne che nelle tornate elettorali. I circoli non costituiscono la base della filiera che conduce alla gestione del potere. La costruzione del consenso personale passa da altri canali e filiere che non è nostro compito verificare.”

La nostalgia non è una categoria della politica ma a volte la si perdona.

La crisi del PD umbro è profonda. Si tratta di un partito mai nato in cui si è smarrita le peculiarità del PCI che pur con grandi ambiguità dava grande importanza al rapporto dei leader con i militanti ed elettori. Va riconosciuta la capacità degli ex democristiani della Margherita di aver conservato la particolarità DC nel mantenere forte il consenso “personalizzato” del proprio elettorato. Sono troppo numerosi i circoli del PD perugino? E’ probabile, ma l’insediamento territoriale è possibile soltanto con strutture anche fisiche che elettori e militanti riescono a realizzare con il proprio lavoro. Certo non si può pretendere di avere una sezione per ogni campanile come voleva Togliatti. Ma il partito leggero voluto da Veltroni ha dimostrato tutta la propria inconsistenza. Oggi il   circolo ha come unico mandato vero quello di essere seggio elettorale per le variegate correnti organizzate non su idee e valori, ma sul ruolo dei vari capofila.

MICROPOLIS 27 ott. 16