E’ cambiato il ruolo dei partiti

La classe dirigente politica non ha più alcuna capacità  di intendere ciò che la gente comune pensa rispetto alle esigenze del Paese.
Anche il voto referendario di domenica scorsa è stato una sorpresa per tutti, commentatori politici compresi. Dopo undici anni ha votato per un referendum oltre il 50% degli aventi diritto. Eppure essendo un referendum confermativo non c’era bisogno di alcun quorum.
Una campagna elettorale inesistente in cui solo il sindacato aveva raccolto l’appello dei comitati per il No guidati dal presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. I ciarlieri leader dell’Ulivo si erano tenuti al coperto e le poche manifestazioni dei partiti erano state, a Roma come a Bologna o Milano, un flop. Non trattandosi del solito concorso elettorale per la conquista di un qualche seggio, le periferie, anche quelle che più rosse non si può, non avevano visto la scesa in campo dell’esercito dei professionisti della politica e dell’amministrazione. Forse è proprio per questo che il No ha ottenuto il 62% dei consensi? I pochi interventi fatti dai leader dell’Unione o da qualche gigante del pensiero del riformismo italiano, stimolavano ad un voto per il Ni: si voti No perchè la riforma della Costituzione, che bisogna fare, è meglio che la facciamo noi che siamo i veri riformisti. Incapaci di ogni analisi, testardamente dopo il voto, i “soliti noti” hanno la faccia di riproporre un tavolo di trattativa per cambiare la Costituzione. Trattare cosa e con chi? Questo è il dilemma. Non se ne può più. In questo caso ha ragione Bertinotti. Una pausa di riflessione farebbe bene a tutti. La vittoria del No è certamente una sconfitta per Bossi, Fini e Berlusconi, ma è anche una sberla per coloro che nel centrosinistra hanno in testa le stesse idee sul primariato forte, sullo svuotamento del parlamento a vantaggio del Capo.
Il voto dice chiaramente che il popolo italiano preferisce l’attuale Costituzione e non ci può essere nè bicamerale nè assemblea costituente legittimata a modificare l’essenza di una repubblica che è e deve rimanere una repubblica parlamentare. Così ha deciso il popolo con il suo No alla riforma della destra. Dopo il voto qualche dubbio sarà  venuto ai fautori del presidenzialismo regionale? Non credo, il dubbio a certe latitudini non è merce alla moda.
La Costituzione è emendabile figuriamoci, ma la storia della “grande riforma” di craxiana memoria è da considerarsi chiusa con il voto di domenica. Prodi ha detto che l’Ulivo diminuirà  i parlamentari? Bene, predisponga il disegno di legge.
Forse è anche il caso di affrontare in generale il problema dei costi della politica. L’esercito, ben pagato, degli addetti ai lavori è abnorme per un Paese che vuol dirsi moderno. Tra consulenti, staff, addetti vari si contribuisce certamente all’occupazione intellettuale. Purtroppo qualche problema per la spesa corrente degli enti si crea. Le spese per il funzionamento tendono ad aumentare in maniera preoccupante.
Tutte le regioni italiane hanno aumentato il numero dei consiglieri e attraverso le più diverse leggi elettorali la casta politica perpetua il suo dominio sulla società  italiana. Non è tempo di andare ad una sola legge elettorale per le elezioni amministrative e per quelle regionali?
Anche nei sistemi federali più avanzati esiste un solo sistema elettorale, non uno per regione come in Italia. Dove il popolo elegge direttamente il presidente, l’assemblea è eletta con voto disgiunto. Governo e assemblea sono poteri separati. Chiedere conferma ai tanti consulenti giuridici.
Grazie alla creatività  del centrosinistra, in accordo in questo con il centrodestra, ogni oligarchia locale si è scelto il miglior sistema per durare nel tempo e le carriere divengono così eterne. Uno sguardo alla nostra piccola Umbria basta per trovare la conferma di quanto detto. Il rinnovamento per il rinnovamento non è cosa saggia di per se. Ma ascoltare da dirigenti autorevoli, organigrammi proiettati al 2020 che riguardano persone già  in campo da una trentina d’anni una certa impressione la fa. Non sarà  una delle ragioni che porta tanti giovani ad impegnarsi nel volontariato piuttosto che all’interno di un partito? A venti anni ci si può impegnare per un progetto politico al servizio della gente. Fare il galoppino per questo o per quel politico manca di attrattiva specialmente per un giovane democratico.
Sconvolge a molti il fatto che non si valuta più un dirigente per il risultato del suo lavoro. Chi li ha conosciuti sa che i processi autocritici sono certo da evitare, ma almeno avevano il merito della trasparenza. Non si pensa che una valutazione oggettiva del bilancio di un’attività , sia essa politica che amministrativa, deve essere fatta prima di scegliere per un incarico qualsiasi? Altrimenti in base a quali criteri si premia o si rimuove un dirigente? Molti ritengono scandaloso che l’appartenenza ad un partito sia uno dei criteri per la scelta. Al riguardo c’è da discutere e approfondire. Ma forse siamo ad una fase ancora diversa. I partiti non sono più centri di democrazia organizzata. Sono sempre più agglomerati di interessi locali e personali. Il rischio è quello che non si scelga con il criterio di appartenenza politica, ma piuttosto con un metro ancor meno trasparente: quello della amicizie o inimicizia personali. Non si può che essere preoccupati. Le difficoltà  derivanti dallo stato della finanza pubblica si mescolano a disillusioni e aspettative le più diverse. Sarebbe grave se, partiti che hanno responsabilità  pluriennale del governo della cosa pubblica, procedessero nelle scelte sulla base delle volontà  di consorterie, di salotti, di simpatie personali o di interesse del territorio rappresentato da questo o da quello.
Corriere dell’Umbria 2 luglio 2006

E’ cambiato il ruolo dei partiti

La classe dirigente politica non ha più alcuna capacità di intendere ciò che la gente comune pensa rispetto alle esigenze del Paese.
Anche il voto referendario di domenica scorsa è stato una sorpresa per tutti, commentatori politici compresi. Dopo undici anni ha votato per un referendum oltre il 50% degli aventi diritto. Eppure essendo un referendum confermativo non c’era bisogno di alcun quorum.
Una campagna elettorale inesistente in cui solo il sindacato aveva raccolto l’appello dei comitati per il No guidati dal presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. I ciarlieri leader dell’Ulivo si erano tenuti al coperto e le poche manifestazioni dei partiti erano state, a Roma come a Bologna o Milano, un flop. Non trattandosi del solito concorso elettorale per la conquista di un qualche seggio, le periferie, anche quelle che più rosse non si può, non avevano visto la scesa in campo dell’esercito dei professionisti della politica e dell’amministrazione. Forse è proprio per questo che il No ha ottenuto il 62% dei consensi? I pochi interventi fatti dai leader dell’Unione o da qualche gigante del pensiero del riformismo italiano, stimolavano ad un voto per il Ni: si voti No perché la riforma della Costituzione, che bisogna fare, è meglio che la facciamo noi che siamo i veri riformisti. Incapaci di ogni analisi, testardamente dopo il voto, i “soliti noti” hanno la faccia di riproporre un tavolo di trattativa per cambiare la Costituzione. Trattare cosa e con chi? Questo è il dilemma. Non se ne può più. In questo caso ha ragione Bertinotti. Una pausa di riflessione farebbe bene a tutti. La vittoria del No è certamente una sconfitta per Bossi, Fini e Berlusconi, ma è anche una sberla per coloro che nel centrosinistra hanno in testa le stesse idee sul primariato forte, sullo svuotamento del parlamento a vantaggio del Capo.
Il voto dice chiaramente che il popolo italiano preferisce l’attuale Costituzione e non ci può essere né bicamerale né assemblea costituente legittimata a modificare l’essenza di una repubblica che è e deve rimanere una repubblica parlamentare. Così ha deciso il popolo con il suo No alla riforma della destra. Dopo il voto qualche dubbio sarà venuto ai fautori del presidenzialismo regionale? Non credo, il dubbio a certe latitudini non è merce alla moda.
La Costituzione è emendabile figuriamoci, ma la storia della “grande riforma” di craxiana memoria è da considerarsi chiusa con il voto di domenica. Prodi ha detto che l’Ulivo diminuirà i parlamentari? Bene, predisponga il disegno di legge.
Forse è anche il caso di affrontare in generale il problema dei costi della politica. L’esercito, ben pagato, degli addetti ai lavori è abnorme per un Paese che vuol dirsi moderno. Tra consulenti, staff, addetti vari si contribuisce certamente all’occupazione intellettuale. Purtroppo qualche problema per la spesa corrente degli enti si crea. Le spese per il funzionamento tendono ad aumentare in maniera preoccupante.
Tutte le regioni italiane hanno aumentato il numero dei consiglieri e attraverso le più diverse leggi elettorali la casta politica perpetua il suo dominio sulla società italiana. Non è tempo di andare ad una sola legge elettorale per le elezioni amministrative e per quelle regionali?
Anche nei sistemi federali più avanzati esiste un solo sistema elettorale, non uno per regione come in Italia. Dove il popolo elegge direttamente il presidente, l’assemblea è eletta con voto disgiunto. Governo e assemblea sono poteri separati. Chiedere conferma ai tanti consulenti giuridici.
Grazie alla creatività del centrosinistra, in accordo in questo con il centrodestra, ogni oligarchia locale si è scelto il miglior sistema per durare nel tempo e le carriere divengono così eterne. Uno sguardo alla nostra piccola Umbria basta per trovare la conferma di quanto detto. Il rinnovamento per il rinnovamento non è cosa saggia di per se. Ma ascoltare da dirigenti autorevoli, organigrammi proiettati al 2020 che riguardano persone già in campo da una trentina d’anni una certa impressione la fa. Non sarà una delle ragioni che porta tanti giovani ad impegnarsi nel volontariato piuttosto che all’interno di un partito? A venti anni ci si può impegnare per un progetto politico al servizio della gente. Fare il galoppino per questo o per quel politico manca di attrattiva specialmente per un giovane democratico.
Sconvolge a molti il fatto che non si valuta più un dirigente per il risultato del suo lavoro. Chi li ha conosciuti sa che i processi autocritici sono certo da evitare, ma almeno avevano il merito della trasparenza. Non si pensa che una valutazione oggettiva del bilancio di un’attività, sia essa politica che amministrativa, deve essere fatta prima di scegliere per un incarico qualsiasi? Altrimenti in base a quali criteri si premia o si rimuove un dirigente? Molti ritengono scandaloso che l’appartenenza ad un partito sia uno dei criteri per la scelta. Al riguardo c’è da discutere e approfondire. Ma forse siamo ad una fase ancora diversa. I partiti non sono più centri di democrazia organizzata. Sono sempre più agglomerati di interessi locali e personali. Il rischio è quello che non si scelga con il criterio di appartenenza politica, ma piuttosto con un metro ancor meno trasparente: quello della amicizie o inimicizia personali. Non si può che essere preoccupati. Le difficoltà derivanti dallo stato della finanza pubblica si mescolano a disillusioni e aspettative le più diverse. Sarebbe grave se, partiti che hanno responsabilità pluriennale del governo della cosa pubblica, procedessero nelle scelte sulla base delle volontà di consorterie, di salotti, di simpatie personali o di interesse del territorio rappresentato da questo o da quello.
Corriere dell’Umbria 2 luglio 2006

Meno poltrone, più referendum

Le ultime elezioni amministrative hanno reso ancora più evidente
la marginalità dei partiti politici rispetto alla vita dei
cittadini. Un esame attento dei risultati dimostra che la
personalizzazione della politica rende quasi superflua la politica
organizzata. Vincono o perdono i candidati a sindaco al di là
delle forze politiche che li esprimono. Lo straordinario successo
di Veltroni o di Chiamparino è dovuto essenzialmente alle qualità
amministrative dei due sindaci piuttosto che alla forza della
coalizione che li ha espressi. Dall’elezioni politiche sono
trascorse poche settimane e questa volta l’effetto Berlusconi non
c’è stato. Il centrodestra ha confermato una debolezza strutturale
nel suo insediamento territoriale e può consolarsi con la
riconquista di Milano. Che non è poco. Conferma lo scarso appeal
dell’Unione in una città molto importante per la vita economica e
politica del Paese come è la capitale lombarda.
La partita elettorale non si è giocata in televisione, ma nelle
piazze italiane e forse l’Unione dovrebbe trarne una lezione. Meno
TV e più partecipazione popolare sarebbe scelta saggia. Spiace
sentire Bertinotti affermare che se non si è in televisione non si
esiste politicamente. Al riguardo, ci vorrebbe più prudenza. I
rapporti con il popolo sono anche gestibili direttamente senza
passare da Bruno Vespa e anche il voto amministrativo lo dimostra.
In ogni caso si è trattato di un risultato elettorale che deve far
riflettere.
Prendiamo le elezioni in Umbria. A Città di Castello e a Gubbio
andranno al ballottaggio candidati sindaco soltanto dell’Unione,
la destra conferma la sua forza ad Assisi, perde l’amministrazione
di Nocera e scompare negli altri comuni dove si è votato
nonostante che alle politiche del 9 aprile avesse ottenuto quasi
il 44% dei voti. La tradizionale forza elettorale e organizzativa
dei DS, non è bastata a far eleggere al primo turno il sindaco a
Città di Castello e a Gubbio. Goracci, sindaco di Rifondazione,
ottiene quasi la maggioranza a Gubbio nonostante che il partito
guidato da Bracco è elettoralmente più forte. Perché? Anche
scontando la mediocre gestione politica di tutta la vicenda, il
dato che emerge è uno solo:la qualità e gli interessi del
candidato prevalgono su ogni altro valore. E’ un bene o no? Una
lettura semplificata porta a concludere che è un bene che si
stabilisca un legame diretto cittadino-amministratore senza
mediazioni partitiche, ma ciò ha delle conseguenze dirompenti per
i partiti. Certo ormai un partito politico è nella sostanza il
“partito degli eletti”. Chi non è un amministratore o un deputato
ha poche chance di avere un ruolo politico. La politica esaurisce
il suo compito nell’amministrare un esistente deciso in altri
luoghi, rispetto alle istituzioni e da altri poteri lontani dai
partiti.
Non conosco bene le differenze programmatiche dei candidati
sindaco del centrosinistra né quelle del centrodestra. Si è
discusso poco di programmi o di priorità da realizzare.
Non si è capito bene su cosa si siano divisi Ciliberti e Cecchini
a Città di Castello o Goracci e Barboni a Gubbio. Non sono tutti
unionisti? Non sono al governo in Provincia, Regione e a Roma?
Hanno prevalso logiche di schieramento che divengono allucinanti
visto che, tutti i partiti di centro-sinistra, sono insieme
nell’Ulivo e tra i DS e la Margherita si dovrebbe procedere in
tempi non biblici ad una fusione verso il partito democratico.
In una intervista, la presidente della nostra regione parla
dell’esigenza di andare alla costruzione del partito democratico
anche in Umbria. “Non è un mio sogno, di sicuro, anche se sono
convinta che bisogna farlo”. Dice la presidente. E si capisce
quanto sia difficile pensare come ad un sogno un partito che ad
oggi rischia di non essere né carne né pesce. Un partito per
formarsi ha bisogno di avere un orizzonte, un progetto che
travalica la gestione quotidiana degli affari correnti.
Scomparso quello del socialismo bisognerebbe immaginarsene un
altro e capire intanto a cosa serve il nuovo partito, a quali
interessi e valori corrisponde e quali sono le idee di società su
cui mettere d’accordo Rutelli e Mussi. Chi la costruirà questa
nuova organizzazione politica? Partire dagli amministratori e
dalle realtà locali dicono in molti. Giusto, ma non basterebbe.
Come non rendersi conto che ciò che va ricostruito è un rapporto
tra la politica e la vita della gente? I vecchi partiti di massa
rappresentavano nel bene e nel male anche una comunità. Si
articolavano in strutture di base e in organizzazioni di massa che
coprivano spesso anche il tempo libero dei militanti. Essere
iscritto alla democrazia cristiana o al partito socialista,
significava acquisire un’identità, un senso di appartenenza che
condizionava comportamenti e valori. Quelle strutture non sono più
riproducibili? Certamente no, ma il vuoto che esse hanno lasciato
deve essere riempito immaginando una nuova fase della democrazia
italiana che, ormai è evidente, non gode di buonissima salute.
Una prima occasione di riflessione potrebbe essere quella offerta
della campagna referendaria per l’abolizione della controriforma
costituzionale votata dal centrodestra. Al momento il leader
politico più impegnato è il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro.
Persona degnissima, di grande tempra politica ma che forse ha
bisogno di qualche sostegno da parte dei leader unionisti.
Sistemati ministri, vice-ministri e sottosegretari, i capi della
coalizione al governo potrebbero fare un piccolo sforzo di
mobilitazione? Non si vince un posto da sindaco o da deputato né è
in discussione la collocazione di questo o di quello. Questa volta
si tratterebbe di una vittoria che riguarda tutti i democratici.
Salvaguardare la Carta Costituzionale del ’48 forse vale più di un
posto al sole.
Corriere dell’Umbria 4 giugno 2006

Meno poltrone, più referendum

Le ultime elezioni amministrative hanno reso ancora più evidente
la marginalità  dei partiti politici rispetto alla vita dei
cittadini. Un esame attento dei risultati dimostra che la
personalizzazione della politica rende quasi superflua la politica
organizzata. Vincono o perdono i candidati a sindaco al di là 
delle forze politiche che li esprimono. Lo straordinario successo
di Veltroni o di Chiamparino è dovuto essenzialmente alle qualità 
amministrative dei due sindaci piuttosto che alla forza della
coalizione che li ha espressi. Dall’elezioni politiche sono
trascorse poche settimane e questa volta l’effetto Berlusconi non
c’è stato. Il centrodestra ha confermato una debolezza strutturale
nel suo insediamento territoriale e può consolarsi con la
riconquista di Milano. Che non è poco. Conferma lo scarso appeal
dell’Unione in una città  molto importante per la vita economica e
politica del Paese come è la capitale lombarda.
La partita elettorale non si è giocata in televisione, ma nelle
piazze italiane e forse l’Unione dovrebbe trarne una lezione. Meno
TV e più partecipazione popolare sarebbe scelta saggia. Spiace
sentire Bertinotti affermare che se non si è in televisione non si
esiste politicamente. Al riguardo, ci vorrebbe più prudenza. I
rapporti con il popolo sono anche gestibili direttamente senza
passare da Bruno Vespa e anche il voto amministrativo lo dimostra.
In ogni caso si è trattato di un risultato elettorale che deve far
riflettere.
Prendiamo le elezioni in Umbria. A Città  di Castello e a Gubbio
andranno al ballottaggio candidati sindaco soltanto dell’Unione,
la destra conferma la sua forza ad Assisi, perde l’amministrazione
di Nocera e scompare negli altri comuni dove si è votato
nonostante che alle politiche del 9 aprile avesse ottenuto quasi
il 44% dei voti. La tradizionale forza elettorale e organizzativa
dei DS, non è bastata a far eleggere al primo turno il sindaco a
Città  di Castello e a Gubbio. Goracci, sindaco di Rifondazione,
ottiene quasi la maggioranza a Gubbio nonostante che il partito
guidato da Bracco è elettoralmente più forte. Perchè? Anche
scontando la mediocre gestione politica di tutta la vicenda, il
dato che emerge è uno solo:la qualità  e gli interessi del
candidato prevalgono su ogni altro valore. E’ un bene o no? Una
lettura semplificata porta a concludere che è un bene che si
stabilisca un legame diretto cittadino-amministratore senza
mediazioni partitiche, ma ciò ha delle conseguenze dirompenti per
i partiti. Certo ormai un partito politico è nella sostanza il
“partito degli eletti”. Chi non è un amministratore o un deputato
ha poche chance di avere un ruolo politico. La politica esaurisce
il suo compito nell’amministrare un esistente deciso in altri
luoghi, rispetto alle istituzioni e da altri poteri lontani dai
partiti.
Non conosco bene le differenze programmatiche dei candidati
sindaco del centrosinistra nè quelle del centrodestra. Si è
discusso poco di programmi o di priorità  da realizzare.
Non si è capito bene su cosa si siano divisi Ciliberti e Cecchini
a Città  di Castello o Goracci e Barboni a Gubbio. Non sono tutti
unionisti? Non sono al governo in Provincia, Regione e a Roma?
Hanno prevalso logiche di schieramento che divengono allucinanti
visto che, tutti i partiti di centro-sinistra, sono insieme
nell’Ulivo e tra i DS e la Margherita si dovrebbe procedere in
tempi non biblici ad una fusione verso il partito democratico.
In una intervista, la presidente della nostra regione parla
dell’esigenza di andare alla costruzione del partito democratico
anche in Umbria. “Non è un mio sogno, di sicuro, anche se sono
convinta che bisogna farlo”. Dice la presidente. E si capisce
quanto sia difficile pensare come ad un sogno un partito che ad
oggi rischia di non essere nè carne nè pesce. Un partito per
formarsi ha bisogno di avere un orizzonte, un progetto che
travalica la gestione quotidiana degli affari correnti.
Scomparso quello del socialismo bisognerebbe immaginarsene un
altro e capire intanto a cosa serve il nuovo partito, a quali
interessi e valori corrisponde e quali sono le idee di società  su
cui mettere d’accordo Rutelli e Mussi. Chi la costruirà  questa
nuova organizzazione politica? Partire dagli amministratori e
dalle realtà  locali dicono in molti. Giusto, ma non basterebbe.
Come non rendersi conto che ciò che va ricostruito è un rapporto
tra la politica e la vita della gente? I vecchi partiti di massa
rappresentavano nel bene e nel male anche una comunità . Si
articolavano in strutture di base e in organizzazioni di massa che
coprivano spesso anche il tempo libero dei militanti. Essere
iscritto alla democrazia cristiana o al partito socialista,
significava acquisire un’identità , un senso di appartenenza che
condizionava comportamenti e valori. Quelle strutture non sono più
riproducibili? Certamente no, ma il vuoto che esse hanno lasciato
deve essere riempito immaginando una nuova fase della democrazia
italiana che, ormai è evidente, non gode di buonissima salute.
Una prima occasione di riflessione potrebbe essere quella offerta
della campagna referendaria per l’abolizione della controriforma
costituzionale votata dal centrodestra. Al momento il leader
politico più impegnato è il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro.
Persona degnissima, di grande tempra politica ma che forse ha
bisogno di qualche sostegno da parte dei leader unionisti.
Sistemati ministri, vice-ministri e sottosegretari, i capi della
coalizione al governo potrebbero fare un piccolo sforzo di
mobilitazione? Non si vince un posto da sindaco o da deputato nè è
in discussione la collocazione di questo o di quello. Questa volta
si tratterebbe di una vittoria che riguarda tutti i democratici.
Salvaguardare la Carta Costituzionale del ’48 forse vale più di un
posto al sole.
Corriere dell’Umbria 4 giugno 2006

Le chiacchiere e il referendum

L’accoglienza è stata definita tiepida e gli applausi di pura
cortesia. Eppure il governo Prodi era andato con le migliori
intenzioni: diciotto ministri, un esercito di sottosegretari
presenti in aula. Questa dimostrazione trasbordante di attenzione
non è bastata ad ottenere fiducia all’assemblea annuale della
confindustria. Perchè? La nostalgia di Berlusconi premier? E’
possibile. Ma ad una analisi più attenta si può ritenere che la
manifestazione confindustriale sia stata l’ultima dimostrazione
della volontà  dell’economia di rendere ancora più subalterna la
politica. Che si vuol dire? Che l’Italia non se la passi bene è
evidente a tutti. Non è chiaro di chi sono le responsabilità . Lo
scaricabarile è uno sport molto amato nel nostro bel Paese. Tutti
della politica i ritardi e le insufficienze? Sembrerebbe strano.
Qualche contributo al disastro, certificato dall’ultimo rapporto
ISTAT e dai giudizi delle agenzie di rating, lo hanno dato anche
le forze sociali della nazione. Non è così?
Pur con i vincoli di una legislazione che non favorisce lo
sviluppo, c’è da chiedersi se la classe dirigente imprenditoriale
ha svolto in questi anni il ruolo che ad essa compete per lo
sviluppo del Paese. Porsi questo quesito è legittimo. Ed è giusto
anche valutare se Montezemolo e gli industriali del Nord-Est
possono imporre la loro visione delle cose a chi è chiamato a
governare l’Italia nell’interesse di tutti e non solo di una parte
pur importante. Non è da tutti accettato quale unico valore di una
società  il primato del profitto d’impresa. Non è legge divina la
pretesa di chiedere il libero mercato e le privatizzazioni
all’italiana per poi pretendere il sostegno dell’intervento
pubblico a favore delle imprese. Il regime fiscale vigente non
favorisce affatto gli investimenti produttivi e non premia nè il
lavoro nè l’imprenditoria più dinamica. E’ vero e bisogna
intervenire per risolvere il problema. La proposta di Prodi di
ridurre le tasse sul lavoro a vantaggio di lavoratori e imprese è
una proposta su cui impegnare governo e forze della produzione.
Non basta? Probabilmente no, certamente c’è anche da approfondire
il perchè si è consolidata negli anni una scarsa capacità  di
innovazione del “sistema Italia” per ciò che concerne la presenza
nei mercati esteri. Tutta colpa della pessima politica di questi
anni? Non è così, ma se così fosse bisognerebbe ricordare la
passione dell’ex presidente della confindustria, D’Amato, per il
nascente governo del centrodestra guidato dall’industriale
Berlusconi. Il governo “amico” non ha aiutato l’industria a
crescere, ma il problema è più complesso dei limiti di Berlusconi.
Che la Confindustria non abbia voluto fare un bilancio veritiero
dell’esperienza governativa di Berlusconi non aiuta a comprendere
le cose da fare per uscire dal declino nè paiono convincenti le
richieste di tagli alla spesa pubblica. Dove tagliare? I servizi
al cittadino sono già  scadenti. Sanità  e pensioni già 
ridimensionati. La scarsità  delle risorse investite in ricerca ed
innovazione di prodotto è uno dei motivi della crisi del made in
Italy. Lo dicono tutti, ma nessuno ha fatto nulla per risolvere il
2
problema. L’insufficienza egli investimenti nel futuro va
aggiunta alla storica debolezza delle grandi infrastrutture e dei
servizi all’impresa a cominciare dal sistema creditizio. Da questo
punto di vista nessuno può dare lezioni. Tutti hanno rinviato i
problemi. E’ tempo che ognuno faccia il proprio mestiere al meglio
e possibilmente guardando all’interesse generale.
Da questo punto di vista è impressionate il torrente di
dichiarazioni dei nuovi nostri governanti. Come “Allegre comari di
Windsor”, ministri, vice ministri, sottosegretari, presidenti di
gruppi, segretari dell’Unione, ci hanno sommerso di dichiarazioni
su tutto e di tutto di più. Pagine e pagine di giornali piene di
chiacchiere inutili. La marmellata della politica in televisione
non è cessata dopo le elezioni. Come se niente fosse alcuni leader
hanno ripreso il loro ruolo di attori televisivi. Stesse battute,
stessi tic, stesse ovvietà . Solo Prodi ha detto un bel No al
padrone di Porta a Porta. La confusione era tanta che Prodi è
dovuto intervenire per richiamare all’ordine la sua armata di
esternatori del nulla.
Per natura non sono per “un solo uomo al comando”, una coalizione
rappresenta interessi e sensibilità  diverse che non possono che
essere rappresentate. Possibilmente con misura, serietà  e
intelligenza. Il problema è banale: in giro per l’Italia c’è un
signore, Berlusconi, che continua nella sua campagna di
delegittimazione del governo Prodi. Non riconosce la sconfitta e
si ritiene truffato. Lui. L’esigenza per tutti dovrebbe essere
quella di mettere all’opera una compagine di governo che dia il
senso di una svolta profonda rispetto ai comportamenti dei
berluscones. Se Berlusconi minaccia una nuova “marcia su Roma”, la
saggia risposta è dimostrare al Paese una capacità  di concrete
scelte coraggiose e radicali che diano fiducia alla gente. Il
centrosinistra non può aver timore se le piazze si riempiono di
cittadini. La democrazia per la cultura della sinistra è anche
l’agorà . Il limite della classe dirigente politica è stato ed è
proprio quello di marginalizzare il tema della democrazia di
massa. Ad un mese dal referendum confermativo sulla “riforma” che
distrugge la Costituzione i grandi leader dell’Unione non sembra
abbiano alcuna intenzione di mobilitare la gente in difesa della
Carta costituzionale. Se i Sì vincessero il referendum il governo
dell’Ulivo farebbe finta di niente? Il disegno destabilizzante del
cavaliere si compirebbe e qualche problema per la democrazia
italiana ci sarebbe. Pensarci in tempo sarebbe utile.
Corriere dell’Umbria 28 maggio 2006