Il problema dell’Italia è la mancanza di credibilità . Un’affermazione questa che abbiamo letto per mesi in gran parte dei giornali di qualsiasi orientamento politico e di ogni latitudine. Impressiona che lo stesso giudizio sia stato espresso dalla responsabile del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, al vertice dei “grandi” di Cannes.
E’ un giudizio non corretto, esagerato? Non sembrerebbe. Napolitano ha sostenuto: “Parliamoci chiaro, nei confronti dell’Italia è insorta in Europa, e non solo, una grave crisi di fiducia”.
Bisogna prendere atto che l’Italia è stata commissariata non solo dalla Comunità  Europea, ma anche dal fondo monetario. Ispettori dei due organismi arriveranno a Roma a controllare l’azione del miglior governo avuto nella storia repubblicana.
Non si fidano di noi, perchè? Il nostro è stato uno dei Paesi fondatori dell’Europa Comunitaria, siamo la terza economia del continente e la settima o ottava al mondo. E cosa decisiva, la capacità  di lavoro e la creatività  dell’italiano medio sono da molto tempo noti nel mondo. Non siamo soltanto produttori dell’eleganza del Made in Italy, ma anche di cultura e di cervelli richiesti nelle università  e nelle imprese economiche di ogni tipo e di ogni luogo. Eppure siamo ritenuti inaffidabili dalla grande stampa internazionale e dalle leadership europee e americane. Tutto è dovuto alla malvagità  dei comunisti o c’è qualche cosa d’altro? Questa cattiva stampa sta provocando un assalto del mercato finanziario che rischia di far tracollare il nostro Paese. Perchè? La risposta non è complicata. La crisi causata dalla finanziarizzazione dell’economia richiede una forte capacità  di governo a ogni livello per far recuperare alla politica un ruolo che le è stato sottratto dall’avido mondo della finanza. E se è evidente la debolezza di tutte le classi dirigenti in Europa e in America, l’Italia è nelle mani di governanti incapaci di riconoscere la stessa gravità  della crisi. La negano.
Soltanto venerdì Berlusconi ha dichiarato: “Mi sembra che in Italia non si avverta una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante. I consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto”.
Il nostro Capo vive in un mondo a parte. Indifferente alle statistiche dell’Istat o ai rapporti del Censis, nega semplicemente l’esistenza di un problema sociale e di una crisi che monta ogni giorno di più. C’è stata una categoria di cittadini che negli ultimi due anni non ha occupato piazze e strade per denunciare un disagio economico, una sofferenza per la precarietà  del momento? No. Le pizzerie saranno anche piene, ma l’Italia è un Paese che ha il 30% di disoccupazione giovanile e oltre il 50% di donne sono in cerca di lavoro mentre tutti i servizi al cittadino sono taglieggiati dalle politiche nazionali e locali. L’imprenditoria, di ogni dimensione, è massacrata dalla mancanza di ogni stimolo alla crescita e, con una domanda pubblica inesistente, non riesce a chiudere i bilanci, ma per i Ministri berlusconiani tutto è sotto controllo. I Ministri del governo del fare? Spettacolari.
C’è qualcuno che conosce un singolo atto ministeriale, di un qualche significato, compiuto dal Ministro alle Riforme, Umberto Bossi? Il capo leghista è attivissimo nelle vallate padane, gira in un’imponente auto blu ma non ha avuto tempo, in tre anni, di mettere in campo una sola di quelle riforme che servirebbero a risparmiare risorse e innovare una pubblica amministrazione che non funziona, non perchè ci sono i fannulloni, ma perchè non è governata adeguatamente.
Di una buona politica ci sarebbe bisogno per contrastare il disastro in atto. Purtroppo la buona politica rimane una merce rara. E la responsabilità  non è soltanto dei berluscones.
Il PD è stato per molti una speranza di rinnovamento della politica. A pochi anni dalla sua fondazione è complicato affermare che le speranze abbiano trovato soddisfazione. Un partito è innanzi tutto una comunità  di donne e uomini che hanno un progetto di gestione delle contraddizioni di una società  avendo come orizzonte l’interesse generale. La stagione dei partiti “personali” è stata catastrofica per la democrazia. O No? Il PD doveva essere qualcosa di diverso ma nella sua breve storia non lo è stato. Ciò che appare evidente ancora oggi è l’incapacità  di questo partito a darsi un gruppo dirigente coeso e con un progetto unitario. Le sensibilità , le “anime”, sostengono in molti, sono un valore aggiunto. Ciò è però vero soltanto quando esse riescono a trovare una piattaforma capace di aggregare forze e non quando la questione predominante è quella della leadership. L’impressione che si ha, è quella di un coacervo di leader e di aspiranti leader che guardano con insistenza soltanto al proprio ombelico.
Anche la giusta esigenza di un ricambio delle classi dirigenti dovrebbe essere gestita con una dose di rispetto del lavoro degli altri e magari anche con una certa prudenza nell’affermare che il nuovo possa essere soltanto un fatto anagrafico. Certo che il gioco dell’oca nel centrosinistra è giocato, da una ventina d’anni, dagli stessi protagonisti. Sarebbe tempo che chi è stato interprete di sconfitte ripetute avesse l’intelligenza di mettersi a scrivere le proprie memorie. Coloro che sono scesi in campo nel passato recente farebbero però bene a ripassare la storia politica del Paese. Studiare farebbe bene anche a loro.
Eviterebbero di incorrere in dichiarazioni incaute.
L’iper sponsorizzato Matteo Renzi ha, ad esempio, dichiarato nella sua performance fiorentina, che sono stati i nonni della politica a produrre l’enorme debito pubblico del Paese. Il sindaco ha ragione. Si è però dimenticato di precisare di quali nonni si tratta. Sommessamente Le ricordo, Signor sindaco, che si tratta di “nonni” dei governi del pentapartito guidati da Craxi, da Andreotti e da altri democristiani. Nonni suoi, insomma.

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