Lo scempio continua. Un’altra decisiva tappa è stata compiuta con
l’approvazione della modifica di un terzo degli articoli della
Costituzione repubblicana. Il sistema politico e le forme della
democrazia che le modifiche votate in Parlamento dalla destra
intendono costruire, non hanno più niente a che fare con quello
previsto e in parte realizzato nel nostro Paese dal 1948 ad oggi.
Il riformismo dei berluscones produce risultati terrificanti: il
parlamento si trasforma formalmente in una dèpendance del primo
ministro, il presidente della repubblica diviene una figura
marginale senza alcun potere istituzionale. La democrazia si
trasformerà  in un orpello apparente senza alcuna capacità  di
incidere nella vita dei cittadini. Sarà  una democrazia manovrata
da un oligarca tutto facente. Il premier concentrerà  in sè sia il
potere esecutivo che quello legislativo. Nessun contropotere sarà 
legittimo. Una sistematina anche alla magistratura e il gioco è
fatto. Il sogno del loggia P2 diviene realtà . Gelli può essere
soddisfatto del lavoro svolto dai suoi vecchi associati,
Berlusconi e Cicchitto.
Si dovrà  pur fare uno sforzo per capire come e perchè è potuto
succedere che un Paese come l’Italia si ritrovi in questa
situazione. Qualcuno ha sbagliato?
Soltanto nel mese di settembre l’onorevole Violante dottamente ci
spiegava i motivi che avevano portato un pezzo fondamentale
dell’Ulivo ad astenersi sull’articolo uno della legge
costituzionale voluta dalla Casa delle Libertà . La tentazione al
colloquio e alla collaborazione sulle riforme della destra è stata
interrotta soltanto dalla determinazione di Prodi. I nostri
costituzionalisti avrebbero proseguito sulla loro strada di
emendamenti. Non casuale la volontà  bipartisan. I padri della
controriforma costituzionale sono numerosi anche se alcuni non si
riconoscono più nel mostro uscito dal parlamento il 15 ottobre.
I facitori della nuova repubblica sono molti e molti sono stati
coloro che in tanti anni hanno costruito le loro strategie
politiche partendo dalla destrutturazione della Costituzione
repubblicana. Non tutti i protagonisti appartengono alla destra
italiana o alla lega bossiana.
Per capire di cosa parliamo consigliamo la lettura di un articolo
uscito su “Repubblica” il 18 ottobre a firma Giuliano Amato. Lo
chiamano il dottor sottile, non si sa bene perchè, ma
l’appellativo è carino e si adatta ad un personaggio che ha
attraversato indenne le tragedie della prima repubblica e che ha
un ruolo primario nello schieramento di centrosinistra.
L’Onorevole Amato ci ricorda che fu sua la proposta di modifica
del Titolo Quinto della Costituzione che, ricorderete, l’Ulivo
votò alla fine della passata legislatura. A quel tempo Amato era
ministro per le riforme istituzionali del governo D’Alema. La
modifica introduceva il federalismo nella carta costituzionale.
Oggi, a frittata fatta, il dottor sottile ci ha ripensato.
Attraverso una colta analisi delle esperienze di federalismo nel
mondo e visti i rischi che si corrono, egli ritiene che è molto
meglio che si torni a lavorare sul nostro bel modello di Stato
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regionale dimenticando il federalismo. Forse la scelta federalista
di allora era dovuta alla risposta alle spinte leghiste, sospetta
Amato? Se è così afferma, abbiamo commesso una leggerezza.
Stupefacente. E no, onorevole Amato, non si è trattato di una
leggerezza. Si deve parlare di un drammatico errore. Uno sbaglio
non isolato ma coerente con una linea di politica istituzionale
piegata da anni alla ideologia della destra liberista. Pervicace è
stata la volontà  dei riformisti di ridimensionare il peso delle
assemblee elettive a vantaggio del capo dell’amministrazione.
Determinati sono stati nel mandare in pezzi ogni forma organizzata
della democrazia di massa. Scomparsa la politica come
organizzatrice di valori e ideali, in campo rimane soltanto un
sistema piegato alle esigenze di potere dei vari leader e
leaderini locali e nazionali.
I partiti sono diventati banali strumenti di organizzazione del
consenso ai diversi candidati alle cariche pubbliche. Questa è
stata una scelta precisa. E oggi Berlusconi trae i vantaggi dalla
leaderite che distingue il ceto politico.
Questa è la filosofia ancora prevalente nelle scelte concrete dei
Diesse, dello Sdi e della Margherita. L’inossidabile certezza che
il sistema elettorale maggioritario vigente è la panacea di tutti
i mali, annichilisce coloro che ritengono che la politica sia
altra cosa dal sistema del notabilato. Il rischio di precipitare
in una situazione tipo sudamerica anni ’60, paventato da D’Alema,
non dipende da un eventuale ritorno al sistema elettorale
proporzionale. In realtà  è stato il sistema maggioritario a
produrre la frantumazione del parlamento in partiti e partitini. O
no? Il plebiscito come metodo di organizzazione del consenso è
figlio di una idea che svuota la politica di ogni capacità  di
rappresentanza sociale assegnando ad oligarchie ristrette la
scelta della classe dirigente.
Una politica senza qualità  è il risultato anche del prosciugamento
del ruolo delle assemblee elettive. Le mitiche regioni rosse
(Toscana, Emilia e Umbria) si sono incontrate per veder i modi per
approvare i loro statuti. Impugnati dal governo presso la Corte
Costituzionale, tali statuti prevedono tutti un sistema di governo
presidenzialista. Il massiccio aumento dei consiglieri regionali
immaginato dalle leggi in itinere non fa che enfatizzare la cecità 
di un ceto politico sempre più autoreferenziale.
Referendum, referendum avvertono i riformisti nostrani contro lo
sbrego della Costituzione dei berluscones. Bene. Siamo curiosi di
conoscere quali argomenti si sosterranno nella campagna
referendaria a sostegno del No all’obbrobrio votato dalla Casa
delle Libertà . Ad esempio, come motivare la contrarietà  al
premierato forte quando in tutti gli statuti regionali votati in
questi mesi, i riformisti diessini e rutelliani hanno sostenuto
una forma di governo rigidamente presidenzialista? Oggettivamente
un presidente di regione ha più poteri del premier nazionale.
E’ il presidente che sceglie i “suoi” assessori non una organismo
terzo, perchè non dovrebbe farlo il capo del governo nazionale?
L’assemblea di una regione o di un comune è depotenziata nè più nè
meno del parlamento sognato da Berlusconi. Non è così? Si, certo
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che è così e sarà  complicato spiegare perchè si può scegliere
direttamente il sindaco o il presidente di regione e non il primo
ministro. Sarà  complesso essere contro i plebisciti personali
della politica alla Berlusconi avendo steso tappeti rossi per Illy
in Friuli e per Soru in Sardegna. Ancora oggi basta ascoltare
qualche leader locale o nazionale del centrosinistra per capire
che la politica non passa per progetti generali, ma per le facce
più o meno gradevoli dei leader e leaderini imperanti a destra e a
sinistra.
Non sarà  una carta vincente che la destra giocherà  in termini
populistici, quella della riduzione del numero dei parlamentari
prevista dalle modifiche costituzionali?
Non è preoccupante per il ceto politico il fatto che siano state
raccolte in Umbria 12000 firme per un referendum diretto a
dimezzare le indennità  dei consiglieri regionali?
Noi non abbiamo raccolto firme. Non è nel nostro stile.
Sommessamente domandiamo: non avete esagerato in prebende?
Micropolis ottobre 2004

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