La fusione a freddo non è riuscita. Il gruppo dirigente del Partito Democratico rimane diviso tra ex DS ed ex Margherita, di forze nuove nemmeno l’ombra. La sconfitta elettorale ha accelerato un processo che può avere sbocchi drammatici. Se Veltroni definisce catastrofica ogni ipotesi di scissione significa che vi sono forze interne al PD che non escludono questa eventualità , altrimenti non si capisce l’allarme del segretario.
L’autorevole settimanale “Famiglia Cristiana” denuncia il disagio dei cattolici che hanno scelto l’adesione al Partito Democratico. Veltroni subirebbe troppo il fascino dei radicali. Mi sembra eccessivo. E comunque un partito che si prospetta privo di ideologie, dovrebbe esprimere una cultura unificante che trae origine soltanto dal programma e dai valori che questo contiene. Nella mia prima adesione ad un partito, il PCI, mi chiesero di aderire ad uno statuto che richiedeva all’iscritto soltanto l’adesione al programma. Non dovetti dichiarare nè le mie convinzioni religiose nè altro. Vincolanti i comportamenti eticamente corretti. Per molti anni ho lavorato con altri militanti molti dei quali di cultura e sensibilità  religiosa, senza mai dover privilegiare questo o quello in rapporto alla sua convinzione religiosa.
Le chiamano culture e sensibilità , ma in realtà  gli ex DS rimangono ex DS e gli ex margheritini ex margheritini. Due partiti, che continuano a vivere dentro il PD. Ciò ha conseguenze serissime nella vita del nuovo partito. Ad esempio la scelta fatta di riproporre Rutelli a sindaco ha origine nel fatto che candidando Zingaretti, ex DS, alla provincia di Roma, spettava ad un ex Margherita essere il candidato a sindaco di Roma. Per fare un favore ai romani si è riproposto Rutelli margheritino doc in nome delle appartenenze originali . I risultati si conoscono.
Mi hanno raccontato di organigrammi in itinere per le prossime amministrative. Quali i dilemmi? Questi: se il sindaco di Perugia sarà  ancora un rappresentante del PD di provenienza diesse, il candidato a presidente della provincia dovrà  essere di provenienza Margherita o potrà  essere anch’esso un ex DS? Se il sindaco di Foligno sarà  un PD di matrice Margherita, il sindaco di Terni dovrà  rimanere un ex DS? E come la mettiamo con la presidenza della regione? Ancora un ex DS di matrice dalemiana o si preferirà  un veltroniano o addirittura un ex Margherita? E se quegli “estremisti” della sinistra pretendessero un sindaco come la mettiamo? Sacrifichiamo un ex Margherita o un ex diesse o corriamo da soli? Si formano alleanze, si rompono antiche amicizie, si resta a disposizione per altri incarichi. Nonostante decenni e decenni di collocazioni varie nella macchina pubblica, l’obbiettivo di uno stagionato ceto politico di centrosinistra rimane l’incarico. La ricandidatura per qualche altro ente permane il sogno di una generazione divisa al proprio interno, ma che è riuscita nell’impresa di fare il vuoto sopra e sotto. I vecchi emarginati, i giovani praticamente inesistenti in politica attiva.
Come è facilmente intuibile è un gioco che appassiona soltanto gli interessati e che non serve a migliorare il pessimo rapporto tra la politica e i cittadini che anche in Umbria sta montando alla grande.
Le dimissioni di Prodi da presidente del PD provocano una fibrillazione che si accentua di fronte al rifiuto di Marini di essere eletto al posto di Prodi. Personalmente ritengo che Prodi abbia fatto una cosa giusta: di fronte alla sconfitta della sua coalizione di governo è stato giusto che lasciasse il posto a qualcun altro. Capisco il disagio. Non tutti gli sconfitti hanno seguito l’esempio del professore. Anzi, stanno tutti al loro posto e dimentichi del disastro prodotto continuano il loro gioco dell’oca.
Bertinotti dopo la batosta elettorale ha lasciato la leadership del PRC e come promesso si è messo a studiare. L’ex presidente della Camera ha iniziato con un’analisi delle ragioni della sconfitta in un convegno a Roma dove erano presenti personaggi del PD e della sinistra democratica.
Per Bertinotti i pessimi risultati della sinistra alle ultime elezioni sono così spiegabili: “è fallita l’ipotesi più ambiziosa maturata a sinistra e cioè l’idea che partecipando al governo si facesse fronte ad una domanda di cambiamento maturata nella società “. Due gli obbiettivi mancati: “rendere il governo permeabile ai conflitti e ai movimenti e rendere la sinistra autonoma dal governo di cui faceva parte”.
Bertinotti definisce il governo Prodi come “una camicia di forza” che ha “privilegiato la permeabilità  ai poteri forti” mentre i così detti movimenti hanno mostrato tutta la loro fragilità .
Tesi discutibili naturalmente, ma meglio questo che quanto sta accadendo dentro il PRC e il PDCI. Diliberto è rimasto segretario e preannuncia udite, udite, la nascita di un nuovo PCI. Nel corso di una iniziativa che si è svolta a Livorno ha dichiarato che il Pdci si mette a disposizione per un partito comunista più grande.
A disposizione di chi? Ancora non si vuol prendere atto che il partito fondato, proprio a Livorno nel 1921, da Gramsci e Togliatti, ha concluso la sua storia e che i suoi simboli non riescono più a rappresentare le forze dell’emancipazione del lavoro e del cambiamento della società ? Queste forze hanno bisogno di una sinistra che sia capace di interpretare le trasformazioni del mondo e di proporre valori e linee politiche capaci di aggregare intelligenze e passioni politiche. Non si fa un buon servizio alla storia dei comunisti italiani riproponendo stancamente antiche simbologie. La straordinarietà  dell’esperienza del PCI è stata proprio la capacità  che ha avuto nell’adeguare con pazienza le sue idealità  e i suoi orizzonti attraverso una conoscenza delle contraddizioni che dovevano essere affrontate per spostare in avanti i rapporti di forza.

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