Siamo all’inizio di febbraio ma le mura delle città  sono già  contrassegnate dai manifesti sei x tre dei candidati alle lezioni regionali che si svolgeranno alla fine di marzo. Slogan appropriati dovrebbero indurre l’elettore a scegliere pinco pallino e non sempronio quale membro dell’assemblea regionale. Dalla sloganistica che leggiamo nei poster veniamo rassicurati che i problemi che tormentano la nostra società  saranno messi a soluzione scegliendo il giusto candidato. Non sono un esperto, ma l’investimento per ottenere il seggio dovrebbe essere significativo e mi domando il perchè di tanta passione per entrare in un consiglio regionale? Penso che l’amore per la politica potrebbe trovare anche altri luoghi per esprimersi, perchè quindi questa costosa corsa all’elezione? Un giudizio sulle competenze degli attuali consigli regionali? Un intellettuale non sospetto di estremismo come Ernesto Galli della Loggia ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera che valuta pari allo zero l’utilità  delle assemblee regionali. Scrive Galli della Loggia: “Perchè i consigli regionali sono assolutamente inutili? Per la stessa ragione per cui sono inutili i consigli comunali e provinciali. Perchè l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, la quale, si noti, avviene in perfetta coincidenza cronologia con l’elezione del consiglio, grazie al meccanismo del cosi detto listino o altro analogo di fatto produce costante coincidenza di colore politico tra esecutivo stesso e maggioranza dell’assemblea.” Esagera il professore? Credo proprio di no. La questione del ruolo delle assemblee elettive è cosa molto seria. Ne va della qualità  di una democrazia. Riguarda anche il Parlamento della Repubblica. Tutti i politologi seri sostengono che il potere legislativo e quello di controllo dell’attività  dell’esecutivo, sono stati azzerati attraverso il meccanismo della decretazione d’urgenza seguita alla bisogna dal voto di fiducia. Essendo i parlamentari nominati e non eletti è difficile garantire qualsiasi autonomia: tutti tengono famiglia e non soddisfare le volontà  del Capo non rientra nelle probabilità . Il rischio di considerare il parlamento un costoso ente inutile è nelle cose. Se la massima istituzione della democrazia è messa male che dire dell’assemblea regionale? Con l’elezione diretta del presidente della regione imposta dal centrosinistra il ruolo del consiglio si è praticamente annullato. A memoria non ricordo un voto consigliare in conflitto con la volontà  presidenziale. E si capisce perchè. Il presidenzialismo all’italiana prevede che l’elezione del presidente coincida con l’elezione dell’assemblea regionale e, conseguentemente, non esiste alcuna autonomia legislativa del consiglio. Un consigliere può decidere di dimettersi senza che questo infici l’efficacia dell’assemblea. Si sostituisce. Se il presidente della regione se ne va con esso se ne va a casa anche l’assemblea. Sarebbe come se il presidente degli Stati Uniti avesse il potere di sciogliere il Senato o la Camera dei rappresentanti. In nome della governabilità  si è partorito un mostro istituzionale che ha reso inutile il lavoro di tutte le assemblee e la loro rappresentatività  debole e illeggibile. L’ideologia della filosofia di un uomo solo al comando ha impoverito la democrazia repubblicana senza ottenere nè maggior efficacia nell’azione pubblica nè maggior trasparenza. Se la stagione delle riforme preannunciata a destra e a manca dovesse proseguire guidata dalla stessa ideologia di questo quindicennio sarebbe una catastrofe. Segni di ravvedimento per adesso non se ne vedono. La nuova legge elettorale dell’Umbria prevede listino e premio di maggioranza a conferma che il ceto politico al potere a destra e a sinistra pensa soltanto di salvaguardare le proprie posizioni. I partiti in campo somigliano tutti ad agglomerati di idee diverse e contrapposte e non a luoghi di formazione politica e di una progettualità  condivisa. La nostalgia non è forse un’esigenza della politica, ma quando qualcuno ha nostalgia dei partiti che funzionavano attraverso il centralismo democratico o le correnti socialiste o democristiane, vuol dire che siamo messi male. Se il PD esce a pezzi dalla campagna per la scelta dei candidati a presidente ciò non è dovuto soltanto alla cattiva attitudine dei singoli a pensare in primis a loro stessi. Deve esserci qualcosa di più oggettivo che stimola il peggio di ciascuno se dirigenti di lunga militanza ed esperienza non riescono a far altro che a pensare come emarginare questo o quello. L’ambizione personale è cosa legittima se essa riesce a non ledere l’esigenza di sviluppare un progetto generale nell’interesse della comunità  che si vuole amministrare. Lo sforzo va rivolto a trovare regole e comportamenti che rendano meno traumatiche le collocazioni delle diverse individualità . La discussione che si è avuta nel PD umbro sull’innovazione da produrre nel governo locale è stata distorta perchè slegata completamente da un’analisi della realtà  nazionale e locale. Non è contro o a favore di nessuno fare un bilancio realistico dello stato sociale ed economico dell’Umbria. L’esigenza di un rinnovamento della classe dirigente poteva/può dare un senso anche al lavoro svolto dalla generazione (unica per troppi anni) che ha gestito partito ed istituzioni in Umbria in questi ultimi due decenni. Una vecchia lezione, imparata non alle Frattocchie ma nelle vecchie sezioni di partito, è stata quella di valutare un dirigente sulla base di chi esso sceglie come collaboratore e su quanti giovani riesce a mettere alla prova. Chi ama gli yes man è un pessimo leader e produce danni alla democrazia. Oggi ci sono le primarie per il candidato democratico alla presidenza della regione. Per tutti l’augurio di una folta partecipazione e per chi vincerà  la speranza che oltre a pensare ai destini economici e sociali dell’Umbria, abbia lo stimolo a mettere in campo nuove energie e nuove idee per rinsanguare una democrazia che anche da noi non se la passa benissimo.

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