La discussione è aspra. Attraversa i partiti e per adesso non sembra avvenga su un terreno di piena consapevolezza della gravità  della situazione in cui si trova il rapporto tra addetti ai lavori e senso comune della gente. Ci riferiamo al confronto tra e nei partiti attorno alla questione del costo della politica. Discussione enfatizzata e intrecciata dalle vicende legate allo statuto della Regione e alla legge elettorale regionale. Sullo statuto vale la pena fare una sola annotazione. Esponenti della destra politica umbra discutono con vigore ed alcuni si turbano perchè non capiscono il motivo per cui, in Forza Italia e
non solo, vi sia chi non appoggi fino in fondo uno statuto approvato con il voto decisivo della destra. E che, a detta di Alleanza Nazionale, è caratterizzato dalle idee e dalla cultura del Polo berlusconiano.
Forse qui sta il punto. Nonostante l’impegno profuso in tre anni non si è riusciti a votare uno statuto che fosse segnato non dalla destra o dalla sinistra, ma dalla storia e dalla cultura democratica dell’Umbria. Uno statuto non deve rappresentare una sola ideologia politica, ma l’insieme delle sensibilità  culturali ed ideali di una comunità . Da questo punto di vista vale la lezione dei padri costituenti del 1947: proprio all’esplodere della guerra fredda i leader di allora seppero andare oltre gli interessi di parte per costruire una Carta
Costituzionale esemplare per cultura democratica. Soltanto i fascisti votarono contro. Altre stagioni si dirà , ma le divisioni di quel tempo non è che fossero meno radicali di quelle di oggi. Si guardò in quella stagione all’interesse generale del Paese e la democrazia divenne sensibilità  di massa.
Veniamo al punto. Costa troppo la politica? La risposta va meditata e va data dopo aver analizzato i processi che si sono attivati negli ultimi dieci, quindici anni nel sistema politico italiano rifuggendo dalla semplificazione qualunquista
montante.
Una cosa è certa. Chi amministra la cosa pubblica ha diritto ad essere pagato per il lavoro che svolge e non è ammissibile che solo i benestanti possano svolgere funzioni pubbliche. Il problema sorge quando i comportamenti concreti del ceto politico sollecitano le spinte al rifiuto della politica come mezzo per governare le comunità . Qualche riflessione sui benefits dei pubblici amministratori e sui livelli stipendiali raggiunti nei vertici burocratici o negli enti parapubblici non sarebbe cosa sbagliata. Non è venuto il tempo di un bilancio veritiero del risultato conseguito dal processo di riforma della pubblica amministrazione degli anni “˜90? Oggi l’amministrare è molto costoso e in termini di efficacia non si sono visti grandi innovazioni. Il mondo della politica
ha un costo di mantenimento di tutto rispetto e la qualità  della democrazia non ha trovato grande giovamento dall’aumento marcato di coloro che vivono per e grazie alla politica. Perchè?
La distruzione della Repubblica fondata sui partiti di massa si è concretizzata attraverso vari processi nazionali e internazionali. Sembrerà  strano ma la risposta alla crisi di quell’impianto politico è stata univoca sia nella destra che nel centrosinistra. La sinistra comunista divenne una minoranza intelligente, ma ininfluente nei processi di costruzione di un nuovo sistema politico. Di fatto la sinistra radicale ha dovuto subire le scelte degli altri.
I nuovi partiti sostenuti dalla grande stampa e da quasi tutti gli intellettuali del ramo, attraverso referendum e leggi elettorali maggioritarie, hanno cercato di realizzare il sogno di molti nuovisti: i palloncini colorati delle convention americane come immagine di nuova politica senza utopie.
Si è voluto costruire un sistema politico in cui tutto è al servizio del candidato e non delle idee collettivamente discusse e condivise. La politica da fatto
collettivo è diventata una questione di leader da spendere come sindaci, presidenti o parlamentari. Non più una politica costruita quotidianamente con i militanti dei partiti, ma un’organizzazione della politica rivolta ogni cinque anni agli elettori a cui chiedere un mandato in bianco. Annichilito ogni stimolo per il volontariato, la politica si professionalizza. Iniziano le carriere. Non è che nei vecchi partiti non ci fosse anche il carrierismo, figuriamoci. Le ambizioni personali ci sono sempre state, ma oggi manca qualsiasi meccanismo di controllo dal basso. Anzi più sei determinato nello sviluppo della tua carriera più conti nei gruppi dirigenti dei partiti. Il potere lo hai non da una capacità  di rapporto di massa, ma dal tuo legame con l’oligarchia. Il discrimine è soltanto la quantità  di preferenze che si riesce ad organizzare.
Per i riformisti il modello è stato il NewLabour di Tony Blair, per la destra il plebiscito di antica memoria.
Per anni l’occupazione fondamentale è stata quella di negare, recidere, sterilizzare le radici di provenienza dei vari leader e dei vari movimenti politici. L’antipolitico ha avuto un grande appeal specialmente tra coloro che volevano entrare in politica. Rimane indimenticabile la stagione dei professori scesi in campo per rigenerare la politica e tornati rapidamente a casa senza lasciare grandi rimpianti.
Le strutture di base dei partiti divengono i comitati elettorali e con l’esplodere del berlusconismo la “spesa” per essere eletto da qualche parte, aumenta. Voci autorevoli hanno denunciato il costo, in assoluto e per i singoli candidati, delle recenti campagne elettorali. Non siamo ancora all’America dove una campagna elettorale presidenziale può costare anche oltre quattromila miliardi di vecchie lire. Nel nostro piccolo hanno impressionato le quantità  di santini e depliant diffusi nelle nostre case soltanto per l’elezione in qualche circoscrizione di Perugia. E sì, la politica personalizzata costa molto e i palloncini colorati non li regala nessuno. Vanno pagati in molti modi.
Corriere dell’Umbria 26 settembre 2004

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