Che il centrosinistra sia vicino al collasso assieme alla variegata sinistra è fuori di dubbio. Le elezioni in Sardegna sono state la conferma che Berlusconi vince perchè il centrosinistra appare all’elettorato disunito e che il crollo elettorale del PD è dovuto principalmente a una massiccia astensione. Lo scarto tra i voti presi da Soru e quelli della coalizione dimostra che non basta un buon candidato quando i partiti che lo sostengono non sono credibili. E il PD per adesso non lo è, come non lo sono i partiti ambientalisti o quelli che sventolano falce, martello e stella. La questione è come reagire al disastroso esito del tentativo di unificare i riformisti di provenienza diessina e dei cattolici democratici. Cosa mettere in campo per costruire una sinistra capace di rappresentare qualcosa di diverso dei gruppi dirigenti in servizio permanente? Tutti i dirigenti del PD assicurano che non si torna indietro e che il partito avrà  un futuro radioso. Per intanto è stato eletto un “reggente” che dovrebbe assicurare la transizione verso il congresso di ottobre. Franceschini ha ottenuto circa 1200 voti su una platea di circa 1300 votanti. Una percentuale altissima che nasconde il fatto che l’assemblea nazionale è composta da 2800 membri. Cioè la maggioranza degli aventi diritto al voto non ha partecipato all’assemblea romana, sono stati a casa a vedere la TV. Il PRC tira dritto nel suo progetto identitario e gli altri raggruppamenti non sembrano in grado di andare ad un progetto di aggregazione capace di mettere insieme le spoglie delle tante sigle. Una desolazione. Ciò che più impressiona è l’assoluta mancanza di idee e di proposte, del PD e della sinistra, rispetto alla crisi del Paese. L’agenda politica è completamente fissata dai berluscones e dal PD arrivano soltanto qualche balbettio e la consueta disponibilità  al dialogo. I veri orfani dell’ideologia liberista in crisi sembrano essere i nostri riformisti. Che il PD abbia un problema di identità  sembrerebbe ovvio. Come si costruisce un’identità  forte? Come sfidare la destra nella più grave crisi economica dell’Italia degli ultimi cinquanta anni? Il presidente Barack Obama ha presentato il suo progetto per affrontare il disastro ereditato dall’amico di Berlusconi. Che vuol fare il presidente americano? Investimenti massicci nel sistema sanitario considerando che quarantasei milioni di americani non hanno alcuna assistenza. Priorità  nella spesa per la formazione scolastica e per la produzione delle energie alternative al petrolio e al nucleare. Da dove prende i soldi Obama? Tassando i patrimoni dei ricchi e dei grandi conglomerati economici. Nel suo primo discorso al Congresso il presidente ha annunciato l’era della responsabilità  fiscale. Cioè il tempo di ridistribuire la ricchezza nazionale a vantaggio dei ceti più deboli della popolazione. Esattamente il contrario di ciò che hanno fatto i precedenti presidenti, compresa Clinton. Il tabù dell’aumento delle tasse è stato infranto. L’Italia non è soltanto il Paese d’Europa con il più alto indice di evasione ed elusione fiscale, ma è anche la nazione con uno dei più alti tassi di concentrazione della ricchezza. Perchè i riformisti democratici non impostano la loro opposizione al governo seguendo l’esempio americano? Non lo fanno perchè temono di essere considerati il partito delle tasse? Coraggio. Obama non è mica un marxista-leninista e nemmeno Zapatero. E’ un democratico. Forse è tempo di prendere coscienza che le tasse possono essere diminuite per i redditi da lavoro ed aumentate per coloro che in decenni hanno visto accrescere il proprio patrimonio a dismisura. Un’identità  politica non può che nascere dalla scelta di quale referente sociale si vuole rappresentare. Berlusconi ha con intelligenza costruito il suo, il PD no. La campagna elettorale che ci porterà  alle elezioni europee ed amministrative è già  iniziata. Perugia è piena di manifesti che presentano il candidato sindaco del centrosinistra mentre i partiti si affannano a trovare la quadra nelle diverse località  dell’Umbria. Tutto avviene in un mondo a parte nell’indifferenza generalizzata. Come da copione le tensioni tra i diversi candidati. Gli aspiranti alle cariche in genere non si sentono particolarmente impegnati a produrre idee per il governo delle città , si propongono e basta. Si accettano scommesse sul fatto che ognuno si presenterà  come “il nuovo” anche quando fa parte da decenni del ceto politico amministrativo. Il centrosinistra si affida al fatto che la destra non sembra in grado, a parte qualche eccezione, di produrre candidature con un appeal significativo. E visto il ruolo della spesa pubblica sul prodotto interno regionale il consenso al centrosinistra ha una sua indubbia solidità  che tranquillizza gli addetti ai lavori. Ma la crisi sta producendo disastri anche in Umbria e il malessere sociale in aumento può trovare il modo di esprimersi anche nel disimpegno elettorale. Astenersi non è più peccato e se il candidato sindaco non piace, non c’è vincolo ideologico che tenga. L’obbiezione di coscienza rivendicata da Rutelli per imporre a tutti la sua visione del mondo, può essere rivendicata anche dal comune cittadino che non apprezza l’offerta politica del PD o dei berluscones. Votare per forza perchè altrimenti arriva “l’uomo nero”, non funzionerà  più. La commissione regionale preposta ha deliberato che i consiglieri regionali non dovranno salire a trentasei, rimarranno trenta. Bene. Rimane da risolvere il piccolo problema del ruolo del consiglio regionale che, difficile non riconoscerlo, con il presidenzialismo all’italiana in vigore ha poco da produrre. Se le cose rimangono così, l’attività  prevalente del consiglio sarà  la discussione di interrogazioni e di mozioni. Certo il consigliere interrogante sarà  citato in qualche articolo di giornale, ma rischia di lasciare come impronta nella storia regionale, soltanto quella del suo fondo schiena nello scranno del consiglio.

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