Il Senato ha bocciato il piano di salvataggio delle industrie automobilistiche americane. Ciò ha provocato la caduta delle borse in tutto il mondo e il crollo del dollaro e del prezzo del petrolio.
Senza l’intervento pubblico General Motors, Chrysler e Ford si avviano al fallimento. Ciò mette a rischio, tra diretti e indiretti,  quattro milioni di posti di lavoro. Una catastrofe che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma che ha un impatto globale. Come è potuto succedere? Gli analisti concordano nel giudicare l’industria automobilistica americana  arretrata rispetto alla concorrenza giapponese ed europea e disastrose le scelte fatte negli anni dai Top Manager più pagati al mondo. Modelli di auto onnivori nei consumi e paradossali nell’impatto ambientale. Le sport utility vehicles,  i Suv, che hanno ingombrato le strade di tutto il mondo si sono dimostrati utili soltanto per i produttori di petrolio. Oggi sia General Motors che le altre case automobilistiche ne hanno interrotta la produzione per mancanza di domanda. Nella tragedia della crisi una buona notizia. Ma la crisi dei produttori americani non dipende soltanto da scelte industriali sbagliate. Contano moltissimo, nel disastro, gli esborsi che i giganti dell’auto Usa hanno dovuto fare per mantenere i rispettivi Fondi previdenziali e sanitari. Come è noto la previdenza pubblica USA è di dimensioni insignificanti. Funziona, diciamo così la previdenza privata. I Fondi sono implementati dai versamenti dei lavoratori e da quelli delle imprese. La crisi finanziaria ha inciso pesantemente sulla gestione dei Fondi previdenziali così che  a rischio diventano anche le pensioni di milioni di lavoratori già  in quiescenza. Nel 2007 il Fondo della General Motors aveva un disavanzo di 39 miliardi di dollari. La sanità  in America ha due caratteristiche. Risulta da anni tra le peggiori al mondo ed incide sul prodotto interno lordo per il doppio (16%) di quello dei Paesi a sistema sanitario pubblico. A destra e a sinistra si dice che il mondo dopo il crack sarà  radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto. Un’ovvietà  ripetuta in tutte le sedi ed è forse un bene. Il problema però è per quale mondo nuovo lavorare e quali priorità  e valori costruire con il massimo consenso possibile.
Le classi dirigenti si stanno affannando per cercare di invertire la tendenza negativa prodotta dalle politiche liberiste degli ultimi decenni. Al momento non sembrano emergere scelte che dimostrano la consapevolezza di ciò che la crisi produce nella vita della gente. Berlusconi invita gli italiani a non modificare il loro modo di vivere. Andate a fare shopping, dice. L’invito ricorda l’atteggiamento di G.W.Bush che, nel primo discorso alla nazione dopo la tragedia dell’11 settembre del 2001, sollecitava il popolo a fare spesa. Credo che Berlusconi sia in buona fede quando invita all’ottimismo. Lui è molto felice perchè convinto che il suo governo stia facendo benissimo e che soltanto le televisioni e i giornali spargono cattive notizie inventate dai comunisti. Il Cavaliere è convinto che la gente comune abbia sì qualche problema, ma è in grado di fare shopping tranquillamente per festeggiare il Natale.
Al di là  dell’allegria del Cavaliere c’è bisogno di riverificare le cause che hanno condotto il nostro Paese ad una situazione di precarietà  sociale ed economica allo scopo di scegliere strade diverse rispetto al passato. Un passato impregnato di luoghi comuni e di pregiudizi che hanno inciso profondamente nella materialità  della vita della gente.
La tesi che, a prescindere, il privato funziona meglio del pubblico è semplicemente una tesi ideologica senza riscontro nella realtà . Bisognerebbe andare oltre. Andare oltre non significa affermare che l’intervento pubblico sia la panacea. C’è intervento pubblico e intervento pubblico. Ad esempio è certo che, quando ci sarà , e ci sarà , l’intervento pubblico a sostegno della Fiat questo dovrà  contenere vincoli per ciò che riguarda il mondo del lavoro e l’impatto ambientale. Dare quattrini per licenziare o per continuare a produrre auto che di innovativo hanno solo la forma non sembrerebbe cosa giusta.
A livello nazionale le privatizzazioni hanno costituito un buonissimo affare per pochi capitani coraggiosi ma risultati per i cittadini in termini di tariffe e spesso di efficienza non se ne sono visti. Come è noto, nel caso di Alitalia si sono socializzate le perdite e privatizzati i patrimoni.
Privatizzare è bello abbiamo pensato per molti anni anche in Umbria. Anche da noi si è discusso molto sulla tesi che il pubblico dovrebbe intervenire soltanto nei settori dove il privato non funziona bene. Una tesi “liberista” che ha molti estimatori dentro il centrosinistra e che qualche risultato lo ha prodotto in molti campi. Utile sarebbe fare un bilancio e verificare come è andata.
Quello umbro è un welfare che ha alcuni punti di eccellenza ma che rischia moltissimo in presenza di una crisi della finanza pubblica così grave da richiedere interventi di risanamento, innovazione e lotta agli sprechi per mantenere standard di servizi adeguati.
I programmi elettorali che i partiti presenteranno per le prossime elezioni amministrative non potranno ripetere le priorità  contenute in quelli del 2005. Trovo bizzarro il fatto che alcuni candidati a sindaco intendono costruire con il proprio staff i programmi di governo. Se manca uno sforzo collegiale dei partiti si avranno programmi poco credibili e poco attuabili.
La situazione è radicalmente mutata. Così tanto cambiata rispetto a pochi anni fa da richiedere la messa in campo di una struttura pubblica capace di incidere positivamente nelle contraddizioni vecchie e nuove della nostra comunità . Non è affatto scontato che il personale politico in campo sia in grado di operare quella svolta necessaria a costruire il “mondo nuovo” da tutti annunciato. Ma come è noto la speranza è l’ultima a morire e poi sembrerebbe che il convento non passi altro. O No?

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