A scuola ci hanno insegnato che la storia è maestra di vita. Osservando ciò che succede nel mondo della politica e dell’economia viene spontaneo pensare che il ceto dirigente di storia ne abbia studiata poca. Parlano di modernità e ci propongono il ritorno all’ottocento o al modello di produzione asiatico.
Infatti, la destra politica ed economica presenta l’attacco all’articolo 41 della Costituzione come un esempio della modernità da dover perseguire nel nostro Paese e l’accordo Fiat per Pomigliano il massimo di una nuova, avanzatissima metodologia contrattuale da estendere a tutti i lavoratori. Le due cose, modifica costituzionale e contratto Fiat, vanno lette come frutto di un unico progetto. Un disegno che, se realizzato, porterà l’Italia a competere non con la Germania o con i Paesi nordici, ma con i trattamenti del lavoro vigenti in Cina o in Indonesia.
Dalla sua promulgazione ad oggi, non esiste una sola sentenza della Corte Costituzionale concernente l’articolo 41. Non c’è stato mai un imprenditore che abbia subito un danno dal rispetto dei principi previsti nella norma. Anzi, analizzando i dati dell’economia sommersa, degli incidenti sul lavoro, sull’evasione fiscale non sembra proprio che i vincoli all’imprenditorialità, denunciati da Tremonti e Sacconi, abbiano gran che funzionato.
Per essere innovativi e moderni bisogna comunque eliminarli anche formalmente assieme ai contratti nazionali di lavoro. Così che l’iniziativa privata possa svolgersi non solo liberamente ma a prescindere dalla sicurezza, dalla libertà dei lavoratori e dalla dignità umana e con contratti sempre più individuali. Duecento anni di avanzamento dei diritti del lavoro cancellati in nome della concorrenza, un bel salto di qualità. Così se in Germania gli imprenditori e i sindacati lavorano sull’innovazione di prodotto e su un’organizzazione del lavoro più efficace, qui da noi l’unico vincolo da superare è l’alto costo della produzione unito ad una Costituzione arcaica che impedisce la creatività imprenditoriale. Come se la bassa produttività dipendesse dalla cattiva volontà dei lavoratori e non da una bassa propensione all’investimento in ricerca e innovazione e dall’arretratezza di tutte le infrastrutture del Paese. Negare che la burocrazia italiana va destruttura e innovata profondamente sarebbe una sciocchezza. La farraginosità dei controlli e dei permessi per aprire un’attività economica è stata costruita attraverso leggi ordinarie e da una marea di circolari e di regolamenti che vengono stilati dai ministeri o dalle amministrazioni regionali, provinciali, comunali o dalle Camere di Commercio.
Per cambiare le cose basterebbero analizzare e rimuovere questa marea di norme che non sono frutto del dettato costituzionale, ma dell’incapacità della politica e degli apparati burocratici di cui spesso sono figli. Ogni firma necessaria ad un progetto, ogni permesso esprime un piccolo o grande potere che viene esercitato con determinazione, con lentezza e a volte in modo becero e arrogante. Anche da qui nascono l’inquinamento e la corruzione. Questo è il problema. L’ottimo Brunetta avrebbe un gran lavoro da fare per modernizzare la burocrazia del Paese. Ha perso del tempo nella corsa alla sindacatura di Venezia. Non ha vinto il posto da primo cittadino della laguna, ha tempo per dedicarsi al suo impegno di Ministro. Buon lavoro.
Molto lavoro spetta al parlamento. Legge sull’intercettazioni, decreti tremontiani sulla crisi finanziaria sono le due scadenze principali. Sulla legge bavaglio si spera in un ripensamento della maggioranza dopo l’esplodere di proteste in Italia e all’estero.
Per il decreto Tremonti i giornali segnalano questa situazione:
“sono 2.550 gli emendamenti presentati dai vari gruppi parlamentari alla manovra in discussione in commissione Bilancio al Senato. Quasi la metà sono della maggioranza. Il gruppo del Pdl è in testa quanto a proposte di modifica con 1.116 emendamenti. Dalla Lega sono arrivate 89 proposte di modifica, dal Pd 823. L’Italia dei Valori ha presentato 149 emendamenti, 293 l’Udc e 80 dal gruppo misto. Gli ordini del giorno sono in totale 43. Al momento non sono state presentate proposte di modifica dal relatore Antonio Azzollini e dal governo. La commissione Bilancio è convocata per martedì alle 15 con la replica di relatore e governo e poi inizierà l’esame degli emendamenti. Da calendario, la manovra sarà in aula il primo luglio.”
Un quadro difficile che lascia prevedere l’esplodere di tensioni nella maggioranza e tra questa e l’opposizione. La conferenza dei presidenti di regione ha già espresso una valutazione allarmata. I sindaci di tutta Italia hanno previsto una manifestazione nazionale di protesta. La CGIL ha indetto uno sciopero e anche CISL e UIL guardano con preoccupazione quanto si deciderà in parlamento. Angeletti e Bonanni sperano che la loro buona vicinanza con il Ministro Sacconi porti buoni frutti.
Il PD promette emendamenti che delineino una linea alternativa a quella del Governo. Staremo a vedere.
Per intanto il gruppo dirigente ha mostrato una grande varietà di posizioni rispetto a quanto sta succedendo a Pomigliano. Innegabile la difficoltà di prendere una posizione netta. Il problema è complesso per un partito che ha al suo interno supporter della CISL, della UIL, della CGIL, della FIOM è complicato scegliere. Ci si poteva augurare una maggior preoccupazione per le parti dell’accordo che prevedono, di fatto, il ridimensionamento di un diritto costituzionale o l’annichilimento del contratto nazionale. Qualche balbettio c’è stato, ma non più di tanto. Si andrà ad un referendum che concerne anche un diritto indisponibile, non contrattabile per nessuno. Quello previsto all’articolo 40 della Costituzione. Il diritto di sciopero. Sacconi e Tremonti sostengono che con l’accordo vinceranno i riformisti. Se l’accordo capestro di Marchionne è il riformismo che va bene alla destra forse qualche problema di aggettivazione per Bersani e company c’è. Dovranno trovare un’altra definizione per il loro partito. Tempo ce ne è: per il PD siamo ancora al working progress, ed è nota la creatività dei democratici.

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