Dichiarazione riportata nei giornali americani il 13 ottobre di quest’anno: “La storia dirà  che George W. Bush è stato un grande, grandissimo presidente degli Stati Uniti.” Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella cerimonia di benvenuto organizzata alla Casa Bianca. Dimostrando un coraggio leonino il nostro Capo, per dimostrare il suo amore per G.W.Bush, entrò in conflitto con la gran parte di analisti e storici americani, europei ed asiatici che considerano gli otto anni dell’amico di Berlusconi alla Casa Bianca come i più disastrosi per gli Usa e per il mondo dell’era moderna. D’altra parte è da tutti riconosciuto che il grande crack dell’economia mondiale, che tormenta capi di stato e semplici cittadini, è dovuto alla politica dissennata dell’Amministrazione americana che assieme agli sgravi fiscali per i più ricchi, è riuscita in pochi anni a rendere il sogno americano un incubo  per la gran parte degli statunitensi. Impoveriti e indebitati hanno assegnato il loro futuro a Barack Obama per uscire dal baratro dove li ha portati l’amico Bush. Un afroamericano che rappresenta una speranza per il mondo intero? A leggere i giornali e ascoltare la gente più diversa sparsa nei quattro angoli del pianeta sembrerebbe di sì. Nella mia vita non è mai successo che un leader politico assumesse questo significato globale e non è un caso che, nonostante tutto, sia stata la democrazia americana a produrre l’evento. Rientro anche io nella categoria degli imbecilli. Ma sono in buona compagnia. L’indignazione per le battute da avanspettacolo (il cabaret è cosa più seria) di Berlusconi, è stata diffusa in gran parte della stampa estera. Il fatto è di conforto per tutti coloro che considerano il razzismo il male oscuro dell’umanità , sapere poi che il leader di un Paese come gli Usa è un nero orgoglioso di esserlo, apre il cuore alla speranza.

Tra una gaffe ed un’altra Berlusconi ha trovato il tempo per fare marcia indietro sulla questione Università . Non più un decreto legge “prendere o lasciare”, ma un disegno di legge che si dichiara aperto al contributo del Parlamento e delle categorie interessate. Agli studenti la cosa non basta e così continua l’ondata di manifestazioni contro i tagli delle risorse per scuola e università . Qualche sciocco incidente non inficia l’ampiezza della protesta e sbaglia il centrodestra a ritenere che siano gli “agitatori” della sinistra i protagonisti del dissenso. Bisognerebbe entrare nel merito delle tematiche poste da professori, maestre, famiglie e studenti. Lo deve fare la destra ma anche l’opposizione. Non si tratta di mettere il cappello sul movimento ma trovare soluzioni che ridiano alla scuola e all’università  quel ruolo che hanno smarrito per responsabilità  delle classi dirigenti del Paese.

Nel vortice della recessione non sarà  facile trovare le risorse per innovare e riformare, ma senza un sistema formativo adeguato alle sfide del mondo globalizzato non si andrà  da nessuna parte.

Legittimamente il Partito democratico ha festeggiato la vittoria di Obama. Sbaglierebbe però Veltroni a non capire che Obama ha potuto vincere con un modo nuovo di fare politica o meglio costruire una politica partendo dal basso, dai bisogni della gente e non da quelli dei gruppi dirigenti in campo. Barack Obama non ha contrattato con i poteri forti, con le lobbies delle corporation il suo programma in cambio di finanziamenti. Il neo presidente ha chiesto al popolo le risorse e le idee per vincere nonostante l’opposizione delle burocrazie del Partito democratico e i ricatti del potere economico. Ed ha vinto alla grande.

Non mi sembra che quanto stia succedendo dentro il PD italiano o dentro lo spezzatino della sinistra radicale produrrà  un risultato positivo.

Di fronte ai drammatici problemi nelle economie del globo, la discussione che c’è stata in Umbria tra il partito della continuità  e quello della discontinuità  dell’esperienza di governo amministrativo in Umbria, assume il significato della farsa politica. Una discussione di ceto politico che è lontana dalla sensibilità  dei cittadini e che non produrrà  altro che ulteriore distacco tra la politica e gli interessi concreti della comunità .

Ognuno può pensarla come vuole rispetto al lavoro svolto in questi decenni, ma chi considera ipotizzabile la semplice riproposizione dei gruppi dirigenti in campo magari con rotazione di poltrone e con le stesse priorità  programmatiche commette un gravissimo errore.

La crisi del modello di sviluppo imposta dall’ideologia neo-liberista richiede una strategia che innovi nel profondo il rapporto tra intervento pubblico e mercato. Nessun ritorno allo statalismo stile anni ’50 e ’60. Lo Stato che produceva panettoni o automobili è stata una esperienza catastrofica. Sarebbe però azzardato sostenere che le privatizzazioni e le politiche del lassai fair degli ultimi decenni abbiano assicurato stabilità  economica e benessere. Il libero mercato senza vincoli e controlli ha prodotto carta straccia e sta portandoci verso una recessione di dimensioni epocali. Il massiccio intervento pubblico a salvaguardia del sistema del credito non ha precedenti per dimensione e vastità  e sarà  pagato da tutti i cittadini. Che fare?

Riscoprire l’economia reale dicono in molti e certo hanno ragione.

Come farlo è più complesso. Bene ha fatto il PD umbro ad iniziare una discussione programmatica. Era tempo. Un gruppo dirigente si valuta in rapporto alla capacità  che esso esprime nell’affrontare le crisi. E quella che hanno di fronte i dirigenti umbri è di grande portata. Anche perchè c’è da salvaguardare una tenuta sociale che costituisce una ricchezza straordinaria è richiesta una grande capacità  di innovazione. Galleggiare non basta. Mettere a leva le molte intelligenze presenti nella società  umbra richiede una forte capacità  di apertura e una disponibilità  a fare passi indietro a vantaggio di nuovi protagonisti. Aprire le rocche di Albornoz costruite dal ceto politico, non sarà  facile se al proprio interno la politica non riscopre le energie per spalancare le porte e abbassare i ponti levatoi.

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