L’Onorevole Rutelli ha cambiato nuovamente idea. Lo sappiamo da
tempo, il personaggio non brilla certo per certezze granitiche.
Ricordate? Soltanto tre mesi or sono il capo della Margherita
negò ogni possibilità  di lista dell’Ulivo provocando una crisi
verticale nel centrosinistra? Prodi fece fuoco e fiamme, ma alla
fine la tesi di Rutelli si impose: ognuno con la sua lista. Punto
e a capo. Il contentino per Prodi fu trovato nelle primarie a
ottobre.
Si sa come è andata. Un evento subito più che voluto, si è
trasformato in un grande evento democratico. Milioni di persone
hanno partecipato ad un voto ritenuto dai grandi commentatori
inutile e dannoso. Si è votato dall’Australia a New York, da
Agrigento a Torino. Un altro miracolo di Berlusconi si è
realizzato. A dispetto degli scettici, è stato dimostrato che la
partecipazione alla vita politica della gente è ancora una risorsa
formidabile per l’Italia. Il sorriso a trentasei denti del
cavaliere si è spento di fronte ad un fatto che ha
dell’incredibile: milioni di cittadini hanno risposto all’appello
al voto per la scelta del leader del centrosinistra nonostante che
la grande stampa e gli opinion maker avessero discettato per
settimane sulla futilità  del voto. Ancora eccitato dalla vittoria
ottenuta imponendo una legge elettorale truffaldina, l’uomo di
Arcore ha subito lo sberleffo di vedere il centrosinistra
rilanciato quando sembrava nuovamente allo sbando. La lista
dell’Ulivo che sembrava morta, torna ad essere l’unica soluzione
possibile anche per il fiero Rutelli. Anzi per l’ex radicale
convertito al moderatismo non solo la lista unitaria per le
prossime elezioni è necessaria, ma il Nostro addirittura sollecita
la costruzione di un solo partito tra DS e Margherita. Esagerato
come al solito, Rutelli alza la posta e, interpretando a modo suo
l’esito delle primarie, vuole far sparire dall’orizzonte diessino
l’Internazionale Socialista a vantaggio di un partito democratico
all’americana. Altro giro, altro walzer. Si ricomincia la danza.
E’ una sorta di coazione a ripetere, una malattia, quella dei
dirigenti del centrosinistra. Il voler apparire con roboanti
dichiarazioni in TV o nei giornali è una specie di droga.
Si ottiene, immeritatamente, un successo clamoroso con il voto
alle primarie? Subito si ritrova il modo per tornare a dividersi.
A pochi mesi dalle elezioni, con un Paese stravolto dal
berlusconismo, che senso ha riaprire una dibattito che non ha
fatto un passo in avanti da quindici anni a questa parte? Pensate
che quei quattro milioni trecentosessantunmila cittadini che hanno
votato domenica facendo file interminabili sono interessati ad una
discussione del genere? Che messaggio date? Grazie di aver votato
e adesso tutti a casa che abbiamo da discutere tra noi che siamo i
professionisti della politica?
Non sarebbe meglio che i leader dell’Unione si impegnassero a
capire perchè le primarie hanno avuto quel risultato?
Domande inutili, la soap opera continuerà , ne siamo certi.
Il ceto politico sembra impermeabile alla realtà . Stupisce molto
che dirigenti politici non di primissimo pelo, non siano
preoccupati dal fatto che nessuno aveva lontanamente immaginato
che una elezione in cui il vincitore era già  dato, avrebbe
mobilitato tanti volontari e tanta gente. La spiegazione va
ricercata nel distacco radicato tra le sensibilità  del popolo e le
priorità  degli addetti ai lavori. I partiti non hanno più
terminali intelligenti che rappresentano e raccontano la realtà .
Domenica chi ha votato voleva semplicemente dire ci siamo,
vogliamo interferire con la politica, questa volta ci riprendiamo
la delega, basta con le baruffe di casta. E’ vero che la sconfitta
è orfana e la vittoria ha molti padri, ma interpretare il voto
piegandolo a visioni di parte è una sciocchezza politica che fa
soltanto danni.
Non sarebbe più utile costruire sedi non occasionali di
partecipazione democratica utilizzando la campagna elettorale?
Perchè non avvalersi di quanto successo alle primarie per ridare
sangue ad una politica impoverita da anni di miseria ideale? Come
si procede a formare le liste, si riuniscono i capi partito e si
decidono gli eletti o si chiamano gli elettori ad esprimere
candidature anche fuori dall’inossidabile apparatik?
I partiti di massa degli anni passati non sono riproducibili. Sono
mutate tante cose e gli strumenti di comunicazione sono diversi da
quelli conosciuti. Il mezzo televisivo ha un tale impatto da far
ritenere obsoleti rapporti bi-direzionali quali sono le
tradizionali forme del comizio o della riunione nel territorio. I
dirigenti politici hanno così rapporti diretti occasionali con i
cittadini. Feste di partito, elezioni e qualche raro dibattito
pubblico. Si è radicata in questo modo la convinzione che la
propria carriera politica sia decisa all’interno del ceto
politico. Raramente ormai, ce ne sono ancora per fortuna, coloro
che fanno politica hanno relazioni continue con gli iscritti al
partito o con gli elettori. Si preferiscono le lobbies e il
consenso lo si ricerca tra coloro che contano. Avere un
appuntamento con certi amministratori comporta lo stesso rischio
che corre colui che, sfortunatamente, deve avere un’indagine o un
intervento all’ospedale Silvestrini di Perugia. Attese infinite
spesso senza risultato.
Quanto può durare una situazione così? Berlusconi è in declino lo
sostengono tutti. Si dice che nemmeno le manovre del rigoroso
Casini riuscirà  a salvarlo dalla sconfitta. Quando sarà 
politicamente rimosso come si farà  a portare la gente a votare
ancora? Come si farà  a spiegare, una volta al governo del Paese,
le difficoltà  della spesa pubblica se non si riabitua il popolo a
discutere di politica e non dell’ultima cravatta di Bertinotti?
Corriere dell’Umbria 23 ottobre 2005

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