Quante volte opinion maker, filosofi e santoni di varia ideologia hanno denunciato l’anomalia politica dell’Italia del dopoguerra e cioè la mancanza di una destra di governo? La speranza fu quella sollecitata dal berlusconismo, ma la rivoluzione liberale annunciata dall’uomo di Arcore si è rivelata una bufala di dimensioni storiche. La spesa pubblica è continuata ad aumentare, le tasse sono esplose, l’inefficienza dei governi di quella destra raffazzonata ha rasentato l’irresponsabilità . Oggi, finalmente, con il governo Monti siamo alla presenza di una destra di governo apprezzata da tutte le cancellerie occidentali. E’ un salto di qualità  innegabile che ci ha consentito di tornare a tifare per la nazionale di calcio. Che il governo sia presentato come composto di tecnici cambia di nulla l’essenza del problema. Anche i tecnici hanno la loro ideologia e quella della compagine al potere è essenzialmente un’ideologia non dissimile da quella che è riconducibile al pensiero unico dominante il mondo. Quello liberista. Il furore ideologico che guida ministri e sottosegretari nel voler ridimensionare l’intervento pubblico non deve farci sottovalutare le cose giuste che Monti vuol imporre al Paese. E’ innegabile, infatti, che la lotta agli sprechi sia sacrosanta per un Paese che è cresciuto attraverso la socializzazione delle perdite (con il debito pubblico) e la privatizzazione dei benefici. Il voler mettere mano alle inefficienze e all’ipertrofia istituzionale del Paese è cosa giusta nella misura in cui ciò non muta in modo rilevante la quantità  e la qualità  dei servizi che i cittadini si sono guadagnati attraverso il lavoro e il pagamento di tasse e di gabelle varie. Ad esempio, incidere con l’accetta sul sistema sanitario può portare a situazioni intollerabili per la parte più debole della società . Se poi si ha in mente il privilegiare la sanità  privata su quella pubblica, si sceglie una strada sbagliata. Essendo dei tecnici i nostri governanti sanno bene che in ogni graduatoria internazionale la sanità  privatizzata costa molto più che quella pubblica. Nell’ultima graduatoria elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità , i risultati sono i seguenti: primo posto alla Francia, secondo posto all’Italia. Ambedue sono sistemi pubblici. Gli Stati Uniti hanno un sistema sanitario privato. L’OMS colloca la sanità  americana al trentasettesimo posto. Il British Medical Journal invece mette gli USA alla settantatreesima posizione. Bene quindi la lotta allo spreco promessa da Monti, ma il diritto alla salute non è da mettere in discussione. L’Umbria è impegnata nella ristrutturazione della rete ospedaliera da venticinque anni e non dovrebbe avere problemi con i piccoli ospedali e i conti sembrano essere a posto. Problemi si pongono invece per ciò che riguarda la qualità  complessiva del sistema. Per molti anni in Umbria sono venuti a curarsi cittadini di altre regioni e il bilancio ne ha beneficiato. Eccellenze nelle varie specialità  e qualità  delle prestazioni ci garantivano poca emigrazione e molta immigrazione. Erano inoltre la garanzia di una qualità  apprezzata anche fuori regione. Non conosco gli ultimi dati ma credo che vi sia stata un’inversione netta di tendenza. Sarebbe utile cercarne i motivi. Come sembrerebbe arrivato il tempo di riconsiderare il costo dei manager pubblici sia per numero che per retribuzioni percepite. Il taglio lineare del dieci per cento, annunciato dal decreto governativo, non può che essere verificato, realtà  per realtà . Ciò che certamente non funziona più è il differenziale tra gli stipendi privati e quelli pubblici. Non conosco molti dirigenti d’imprese private umbre che raggiungono stipendi che superano i duecentocinquantamila euro l’anno, ma forse mi sbaglio. Comunque un ridimensionamento dei trattamenti riservati agli apicali sembrerebbe nelle cose in presenza di una crisi che sta producendo nuove povertà  e un disagio sociale che riguarda ormai fette sempre più consistenti di ceto medio. La revisione della spesa impone un’analisi rigorosa e coraggiosa di enti, società  pubbliche, strutture con funzioni generiche che potrebbero essere chiuse senza incidere in nulla nella qualità  della vita dei cittadini, liberando risorse significative oggi utilizzate male. La sfida che le classi dirigenti umbre hanno da affrontare è quella di utilizzare i vincoli che la crisi produce per un’operazione d’innovazione di sistema mettendo al lavoro le intelligenze di cui sono pur ricchi il settore pubblico e quello privato. E’ questo compito primario della politica, ma anche il mondo delle imprese e del lavoro hanno le loro di responsabilità . Difendere l’esistente non porterebbe da nessuna parte o meglio ci porterebbe al disastro. Le forze politiche dovrebbero cessare l’interesse per il proprio ombelico. Le energie della società  civile hanno l’incombenza di mettere in campo idee e proposte che, partendo dal loro particolare interesse, possano stimolare un disegno complessivo di cambio di stagione. In quella che stiamo vivendo, prevalgono il pessimismo e la sfiducia. A tutti è richiesta una seria presa di coscienza della gravità  della situazione ma anche una rinnovata disponibilità  a lavorare per l’interesse generale.
Corriere dell’Umbria 8 luglio 2012

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