Riusciranno Bertinotti e Marini, neo Presidenti di Camera e
Senato, a ridare ruolo e significato al lavoro del Parlamento?
L’impresa non sarà  facile. Sono ormai decenni che le sedi della
rappresentanza popolare hanno visto indebolita la loro immagine.
Non è che le attività  parlamentari siano al centro dell’attenzione
di chicchessia. Il giudizio popolare, venato da un qualunquismo
purtroppo diffuso, può essere riassunto nella formula: “I
parlamentari? Dei privilegiati che hanno poco da fare e che
costano moltissimo”. Ribaltare questa immagine è compito arduo. Si
tratta di rivitalizzare una democrazia esangue dopo anni di
videocrazia. Qualche sommesso consiglio. Aprir bocca davanti ad
una telecamera per dare fiato, come spessissimo accade, piuttosto
che comunicare qualcosa di interessante va evitato.
Ogni tanto, piuttosto che un dibattito televisivo, si privilegi un
libro o una discussione nel territorio. Sgradevole l’uso
enfatizzato dell’auto blu con le sirene urlanti che attraversano
con il rosso. La sobrietà  nei comportamenti dei rappresentanti del
popolo non dovrebbe essere l’eccezione, ma la regola. La politica
deve ritrovare un rapporto di rispetto con la gente comune e ciò
può essere ottenuto con il lavoro di molti cercando di capire
quanto in basso è arrivata la democrazia repubblicana. Bisogna che
anche nel centrosinistra maturi la questione del conflitto
d’interessi in tutti i suoi aspetti. E’ macroscopico per
Berlusconi, ma in Italia di conflitti d’interesse ve ne sono
moltissimi e riguardano molti. Ad esempio tutta la legislazione
sulle incompatibilità  e sull’ineleggibilità  alle cariche pubbliche
è una miniera di conflitti d’interesse. Le conseguenze sono
tragiche per il funzionamento della cosa pubblica. Pensate al
paradosso di due presidenti di regione, Formigoni e Galan, che
sono incompatibili con il ruolo di senatori, ma per intanto sono
stati eletti e a loro comodo sceglieranno se rimanere a Roma o
tornare a fare i presidenti. Un massacro istituzionale.
Si tratta di individuare le linee di una politica istituzionale
radicalmente diverse da quelle che hanno prevalso negli ultimi
quindici anni e che ha portato al mal funzionamento della cosa
pubblica.
E’ vero che nei cinque anni di governo la destra ha svilito
qualsiasi forma di autonomia ed il potere legislativo è stato
succube del volere del Capo dell’esecutivo. Decretazione e voti di
fiducia hanno impedito qualsiasi vera dialettica parlamentare. Di
fatto la divisione dei poteri tra esecutivi e legislativi è stata
in pratica annullata ad ogni livello istituzionale. Il problema
non è soltanto riconducibile al “cesarismo” di Berlusconi.
Decisive sono state anche le scelte istituzionali del
centrosinistra. Il presidenzialismo regionale è stato un aiutino
non da poco allo svuotamento delle competenze delle assemblee.
Ad esempio, un esame attento del movimento legislativo della
Regione dell’Umbria dimostrerebbe l’assoluta marginalità  del
lavoro dell’assemblea regionale. Le competenze in capo ad un
consiglio comunale sono insignificanti per la vita dei cittadini.
Le cose sono complicate anche perchè nel senso comune di molta
della classe politica prevale una visione leaderistica della
democrazia. L’elezione diretta di sindaci e presidenti ha prodotto
una vera e propria feudalizzazione della rappresentanza con
conseguenze funeste nel rapporto tra politica e cittadini. La
scelta degli elettori sempre più piegata alle esigenze delle
carriere personali dei politici, siano essi grandi feudatari o
signorotti locali. Il voto di scambio si conferma un micidiale
veleno per la democrazia.
Che fare? Le cose sono molto complicate e il dato che segna questa
fase è quello di un’incertezza e di una precarietà  istituzionale.
Berlusconi giovedì aveva assicurato che sabato sarebbe salito al
Colle per rassegnare le dimissioni. Ci ha ripensato. Lo farà 
martedì. Per intanto, dopo la “guerriglia” al Senato ha
preannunciato lotta dura senza paura in Parlamento e nelle piazze
se il nuovo Presidente della Repubblica non sarà  uno della rosa
che Forza Italia si appresta a presentare. Per dimostrare la Sua
benevolenza il primo nome della lista sarà  quello di Gianni Letta,
persona degnissima che poi ha il pregio di essere il
Sottosegretario alla Presidenza del governo Berlusconi. Una vera
figura super partes. Contemporaneamente il cavaliere sconfitto
preannuncia altri ricorsi contro le elezioni truffa e continua a
non riconoscere la legittimità  di un governo Prodi.
In democrazia i vuoti di potere sono pericolosi. Bisogna che chi
può e deve, acceleri per concludere la transizione tra Berlusconi
e Prodi. Fino al diciotto maggio Ciampi sarà  Presidente della
Repubblica con pieni poteri. Insediati i presidenti di Camera e
Senato la quindicesima legislatura è iniziata. La legge elettorale
voluta da Berlusconi non prevede consultazioni di alcun tipo. Il
Presidente della Repubblica deve dare l’incarico al leader della
coalizione che ha vinto le elezioni, questo dice la legge. Meglio
applicarla nell’interesse del Paese.
Corriere dell’Umbria 1° Maggio 2006

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