Questa volta sarà  finita per davvero la lite sul listone
dell’Ulivo? Va salutato come un gesto intelligente quello compiuto
da Prodi di accantonare la questione della lista personale con chi
ci sta ci sta. Emerge in tutta evidenza la leggerezza di chi aveva
brindato per i risultati del listone dell’Ulivo alle regionali.
Ricordate le euforiche dichiarazioni al riguardo di Bracco e Bocci
sullo storico risultato conseguito?
L’augurio è che non si torni a discutere a settembre a pochi mesi
dalle elezioni politiche di partiti riformisti. Un altro terremoto
del tipo di quello vissuto dal centrosinistra nelle ultime
settimane sarebbe esiziale. Interessano pochissimo le formule
organizzative che il centrosinistra vuol darsi per le prossime
elezioni politiche. I capi e capetti se ci riescono, smettessero
di guardare al proprio ombelico per costruire qualcosa di
accettabile per l’elettorato del centro democratico e, magari se
gli resta il tempo, anche per quello di sinistra. Il danno
procurato dalle divisioni margheritine è stato enorme. E’
convinzione diffusa che per recuperare una qualche credibilità 
saranno necessari molti interventi di Berlusconi nell’arena
politica: solo Lui può salvare il centrosinistra. Soltanto il
ridanciano presidente del consiglio continua a motivare un voto
per sconfiggere il suo governo.
Di fronte alla catastrofe economica, da tutti denunciata, parlando
a Bruxelles,il capo della destra ha definito sciocchezze le
preoccupazioni per la situazione dell’Italia. Con il quaranta per
cento di reddito prodotto dal sommerso di che ci si deve
preoccupare, sostiene il padrone di Forza Italia? Andiamo come
treni, dice. Ed ha ragione il Berlusconi, le sue aziende hanno
segnato nel 2004 il trentotto per cento di incremento degli utili
operativi. Che si vuole di più? Quisquiglie i dati della
recessione italiana e il fatto che per arrivare alla fine del mese
molte famiglie si indebitano sempre di più.
Il guardare al proprio orticello non è caratteristica soltanto di
Berlusconi. E’ gran parte del ceto politico che sembra vivere in
un mondo a parte. Come giustificare altrimenti la meraviglia degli
addetti ai lavori per il risultato del referendum della scorsa
domenica? La cocente sconfitta dei sostenitori del sì ha sollevato
le solite chiacchiere del palazzo. Di rilievo e sbalordente
l’analisi del cardinal Ruini. Il capo della Cei considera maturo
il popolo italiano proprio perchè non ha votato. Che un
rappresentante della gerarchia della chiesa cattolica consideri
positivamente la non partecipazione ad un evento democratico come
il voto, non deve stupire. La furbizia non è esclusività  di
Berlusconi e ognuno ha il suo rapporto con la democrazia.
Al riguardo, è ansiogeno il silenzio agghiacciante della sinistra
rispetto ad un’invasione di campo resa possibile dall’ignavia del
mondo laico, ma anche dalla debolezza dei rappresentanti e dei
valori di una sinistra ormai senza radici che non riesce più a
rappresentare altro che la propria impotenza ideale.
Soltanto Fassino ha timidamente intravisto uno scarto tra il mondo
della politica e il mondo reale.
Negli ultimi dieci anni nessun referendum ha raggiunto il quorum
ed i motivi sono molti. E’ possibile che i meccanismi referendari
debbano essere modificati alla radice, ma il problema sta a monte.
La questione nasce dal deserto politico prodotto dalla
trasformazione della politica da strumento di emancipazione
collettiva a strumento di emancipazione personale del ceto
politico. La personalizzazione della politica è stato un processo
mondiale che ha fatto da contrappunto alla cosi detta crisi delle
ideologie. Nessuna visione provinciale di un problema di degrado
della democrazia che riguarda tutte le democrazie con vari livelli
di decadenza. Non c’è alcuna forzatura nel dire che oggi la
politica è vissuta dal popolo come qualcosa di lontano dalle
problematiche che bisogna affrontare nella quotidianità .
Perchè in una regione come l’Umbria, area laica e storicamente
perplessa di fronte al potere temporale della chiesa, nel giro di
due mesi si è passati da oltre il settanta percento di votanti
alle regionali al 29 per cento del referendum?
La risposta è banalmente semplice. I partiti anche della forte
sinistra umbra sono ormai strumenti capaci di attivarsi soltanto
per la conquista delle preferenze. Non sono scesi in campo ne capi
feudo ne imperatori. Non esisteva il problema del voto di
preferenza e, conseguentemente, la campagna elettorale si è
svolta, anche dalle nostre parti, soltanto nelle promenade
televisive e nelle pagine dei giornali che, notoriamente, la gente
non legge. Esemplare il vuoto della Sala dei Notari di Perugia con
il segretario diessino.
Aver trasformato i partiti in comitati elettorali non è dovuto
alla perfidia di qualcuno. Piuttosto è il risultato di un sistema
politico fondato sulla leaderite e sulla carriera degli addetti ai
lavori. E’ il sistema maggioritario senza partiti di massa il nodo
da sciogliere. Che ci sia un interesse popolare per le promozioni
di questo o quel dirigente è chiedere troppo. Mancando quasi
totalmente di qualsiasi appeal ideale, il centrosinistra in
perpetua divisione, non riesce a mobilitare nessuno quando si
tratta di affrontare tematiche generali quali, in questa
circostanza, il rapporto tra etica religiosa e laicità  dello
Stato. Così ha prevalso nel referendum, la tesi della libera
chiesa in libero staterello. Ha vinto la furbizia alla Rutelli in
perfetta coerenza con il suo stato di convertito sulla via di
Damasco.
La politica e l’amministrazione della cosa pubblica è cosa
difficile. Qualche dubbio al riguardo nelle sue dichiarazioni
programmatiche, Rita Lorenzetti sembra esprimerlo. In generale
nessuno sembra avvertire l’esigenza di recuperare la gente ad un
rapporto positivo con la democrazia.
Corriere dell’Umbria 19 giugno 2005

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