La Rai Radiotelevisione Italiana è un servizio pubblico. La convenzione tra
azienda e Stato Italiano prevede l’obbligo per la televisione pubblica di fornire
informazione, cultura e quanto di altro esiste nel mondo della comunicazione
non scritta. Per utilizzare questo servizio i cittadini hanno l’obbligo di pagare un
canone annuale. La Rai è giustamente criticata per la qualità  dei suoi
programmi e il servilismo nei confronti del potere che si percepisce in certi
salotti televisivi fa da pendant alla volgarità  di certi programmi di
intrattenimento. La Rai, insomma, non è la BBC. Tuttavia su un punto il
giudizio è da sempre positivo e bipartisan:la qualità  tecnica e d’innovazione
delle strutture Rai sono di primo livello. Un programma ripreso dai tecnici e
organizzato dai coordinatori della televisione pubblica può essere scadente e
spesso lo è per i contenuti, ma perfetti per la qualità  tecnica. La nostra
televisione è famosa nel mondo per questo motivo. Eppure il fatto istituzionale
e politico più rilevante per l’Europa degli ultimi decenni, la firma a Roma della
costituzione europea, non è stato ripreso dalla Rai. Il servizio pubblico è stato
escluso per volontà  del capo del governo e i poveri giornalisti Rai hanno dovuto
commentare immagini costruite da un privato. Le riprese televisive sono state
affidate dall’ineffabile cavaliere ad una società  privata. Berlusconi oltre il
barbiere e il cuoco personale ha anche un regista di fiducia. E’ per questo che
abbiamo potuto ammirare la classe superiore dello spot della firma del trattato
costituzionale europeo diretto da Franco Zeffirelli. Ammirevole che il capo del
governo non abbia affidato l’appalto dell’evento a Mediaset, ma ci è stato
spiegato che le società  del premier non hanno bisogno di ulteriore aiuto:nel
primo semestre del 2004 l’utile della Fininvest pre-imposte è aumentato del 90
per cento. Non male con la crisi che attanaglia gran parte delle imprese italiane.
Invita alla riflessione il fatto che una cerimonia che ha visto impegnati i leader
istituzionali di tutta Europa sia stata congegnata come un noioso sceneggiato
televisivo in cui la retorica l’ha fatta da padrona.
L’Europa dei popoli? Roma venerdì era una città  surreale, la gente è stata
tenuta lontana da tutto il centro storico. Solo arroganti auto blu ne
attraversavano le strade. Evidentemente il popolo era previsto seduto davanti
alla televisione. Ragioni di sicurezza c’è stato spiegato ed anche la motivazione
ci descrive i pessimi tempi che viviamo.
Al di là  di tutto, che l’Europa comunitaria sia una grande opportunità  lo
sappiamo bene noi umbri. Che la nostra regione utilizza fondi comunitari sono
ormai moltissimi anni. I diversi progetti comunitari hanno contribuito in modo
sostanziale allo sviluppo economico e sociale dell’Umbria e non è stato soltanto
una questione di risorse economiche non soltanto una questione di aiuti
comunitari per le zone disagiate. Il rapporto con Bruxelles ha obbligato tutta la
struttura pubblica e in parte quella privata a modificare le metodologie di
intervento. Lo stesso rapporto con i governi centrali ha mutato di segno. Non
più generiche richieste di intervento, ma un impegno forte alla elaborazione di
progetti e di scelte programmatiche all’interno di obbiettivi di innovazione
concordati con le autorità  di Bruxelles e poi con il governo di Roma.
Per molti anni l’Umbria è stata una regione con vaste aree di sottosviluppo o di
crisi nei settori della siderurgia e di altri comparti industriali. Ancora oggi zone
significative soffrono di mancato o insufficiente sviluppo. E’ cosa nota che
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l’aumento dell’occupazione che pur si è avuto negli ultimi anni, non ha affatto
risolto il vecchio problema di una disoccupazione intellettuale molto
significativa. L’Umbria non è più terra di emigrazione? E’ vero per ciò che
riguarda il lavoro tradizionale. Rimane però una regione dove per molti giovani
laureati l’unica speranza è un impiego pubblico”¦.a tempo determinato. Anche
questa precaria occupazione è una sorta di vincita all’enalotto. Altrimenti si
emigra.
Le punte di eccellenza che pur ci sono di imprese innovative, non riescono ad
assorbire l’offerta di lavoro qualificato di tanti ragazzi e ragazze laureate.
Questo è un enorme problema non facilmente risolvibile. Scorciatoie non ce ne
sono.
E’ tempo di ripensare l’Umbria senza arroccarsi nel già  fatto.
Anche da questo punto di vista lo spazio Europeo è una chance, ma è anche un
rischio. Con il 2006 i parametri che hanno consentito all’Umbria di ottenere
molti aiuti comunitari non saranno più efficaci. Con l’allargamento a 25 Paesi si
perdono le caratteristiche che ci hanno permesso di accedere a risorse
significative. Che fare? Importante è considerare l’alta scolarizzazione presente
in Umbria come una risorsa e non come solo un problema di disoccupati da
sistemare. D’altra parte nella struttura pubblica la carta della “rottamazione”
del personale non sembra risponda all’esigenza di riqualificazione e il turnover
del personale dovrà  fare i conti con organici già  sostanziosi.
La risposta va ricercata in altri settori. Il sostegno alle imprese innovative è
uno dei punti chiave del Patto per lo Sviluppo costruito tra le istituzione e le
forze sociali? Così si dice. Non ci è dato sapere i risultati raggiunti dall’accordo
e pur comprendendo la pazienza necessaria per ottenere risultati in certe cose,
non sarebbe male una messa a punto delle cose fatte e quelle da fare.
Un poco di ottimismo è consentito. Non tutto è negativo. Ad esempio, in
queste ore giunge la notizia che il nostro Paese non dovrà  rinunciare alla
cultura e alle competenze dell’onorevole Buttiglione. Ormai è deciso, il filosofo
prestato alla politica non va più a Bruxelles come commissario. Rimane come
ministro in Italia nel compatto governo Berlusconi.

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