L’economia di carta, quella della finanza, degli spread e di quell’incomprensibile groviglio di speculazioni e facili arricchimenti, sembra meno volatile. L’economia reale, quella che produce beni materiali, lavoro e benessere per il popolo, va malissimo. A gennaio la produzione di auto è calata del trentatré e cinque per cento con effetti devastanti su tutto l’indotto delle piccole fabbriche. I tassi di disoccupazione e di cassa integrazione continuano a crescere provocando un malessere sociale colto intelligentemente nella manifestazione di Roma della FIOM. Sul significato della manifestazione Valentino Parlato ricorda che: “la nostra Costituzione afferma che siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Nell’attuale confronto sulla riforma del lavoro, va data grande attenzione anche agli aspetti simbolici. E vengo all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, sul quale siamo a uno scontro fondamentalmente ideologico, simbolico, cui anche il Presidente Napolitano dovrebbe prestare più attenzione. Un industriale come Carlo De Benedetti ha detto che l’art.18 non gli è mai servito nella gestione d’impresa. Cancellare l’art. 18 oggi non serve affatto agli imprenditori. Cancellarlo è solo dare uno schiaffo in faccia a chi lavora e ai sindacati tutti, dire loro che debbono piegare la schiena davanti al padrone”. Non ha ragione il fondatore del Manifesto? Una forzatura del governo rispetto a questa materia non potrebbe che provocare l’esplosione di un conflitto di cui il Paese non ha bisogno. La moria d’imprese, piccole e medie è dovuta alla ventennale mancanza di ogni politica industriale e di sviluppo. Il nodo non è quello di rendere più facili i licenziamenti ma quello di creare occasioni che rendono possibile una nuova fase di crescita del Paese. A questo la politica deve dare risposta. Riprogettare l’Italia è compito del governo centrale ma anche delle realtà regionali. Da questo punto di vista impressiona lo stato della politica in Umbria. La nostra è una terra che è uscita dal sottosviluppo soltanto qualche decennio fa. Pur in ritardo nella rete delle infrastrutture tradizionali, e debole nel settore del terziario avanzato, ha saputo negli anni settanta e ottanta crescere conquistando mercati non solo nel tessile e nell’abbigliamento ma anche nella meccanica, nell’industria alimentare e in altri settori produttivi. La sottocapitalizzazione delle imprese ha sollecitato politiche della pubblica amministrazione tese a fornire risorse ma essenzialmente progetti di sviluppo, utilizzando al meglio i fondi comunitari. La tenuta sociale è stata assicurata da un welfare regionale e locale eccellente in alcuni settori, ma anche con aspetti di assistenzialismo basato sull’implementazione delle strutture burocratiche. Oggi tutto questo è in crisi e negarlo sarebbe da sciocchi. Sandra Monacelli, capogruppo dell’UDC in consiglio regionale, sostiene che per affrontare “questa inedita congiuntura storica” c’è bisogno di formule nuove. Se ho ben compreso, si tratterebbe di tradurre in umbro l’esperienza del governo Monti. La proposta ha una sua legittimità nella misura in cui il centrosinistra non riesce a ritrovare la strada di stare insieme in maniera civile e produttiva. Soprattutto è urgente dimostrare che l’alleanza al potere è in grado di assicurare una capacità di governo adeguata alle esigenze di una crisi che rende ormai precaria la stessa tenuta sociale della nostra comunità.

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