La corsa per il posto in lista è cominciata da tempo e la forza del candidato, per adesso, si misura attraverso il numero e la grandezza dei manifesti già  affissi. Non si conoscono i criteri per la scelta dei candidati ma sembra prevalere il criterio di rappresentanza territoriale a conferma che non saremo chiamati ad eleggere consiglieri che rappresentano tutta la regione, ma singoli feudi, con il dato vassallo. In presenza di partiti privi di gruppi dirigenti riconosciuti a livello regionale, in carenza di una visione d’insieme dei problemi dell’Umbria, diviene obbligatoria la frantumazione della rappresentanza. Il PD esce da una tornata politica che se possibile ha enfatizzato le divisioni anche tra le diverse aree della regione. E’ auspicabile che ciò che ha detto la vincitrice, Catiuscia Marini e lo sconfitto, Giampiero Bocci divenga realtà  e che il maggior partito del centrosinistra riesca ad andare oltre le divisioni di questi mesi. Le ultime primarie non hanno raggiunto il numero di votanti di quelle di ottobre a segnalare una difficoltà , un disagio tra gli elettori del PD. E’ però irriguardoso e politicamente sbagliato definire la partecipazione al voto come irrilevante e senza un forte significato politico. Si decidono strategie e scelte politiche sulla base di sondaggi e si considera marginale il voto di 55000 umbri? Sciocchezze. Come da copione le coalizioni che si confronteranno alle prossime elezioni regionali hanno cominciato a dividersi per la scelta dei sei consiglieri regionali da nominare attraverso il listino. E’ bene ricordare ancora una volta che, con voto bipartisan, è stata approvata dal consiglio regionale una nuova legge elettorale che, appunto, prevede che sei consiglieri entreranno nell’assemblea regionale senza l’esigenza di essere votati direttamente. Come scegliere i fortunati? Ovviamente ogni partito pone le sue “legittime” pretese ma i numeri sono numeri e costruire un listino politicamente equilibrato e condiviso non sarà  cosa semplice. Così una coalizione che dovrebbe dare ai cittadini l’impressione di un’unità  per ottenere maggiori consensi, a poche settimane dal voto si divide nella scelta dei nomi. Non mancano insulti, non manca l’arroganza. La divisione è tra i partiti e all’interno di questi. Quello del listino è un meccanismo sbagliato dal punto di vista della democrazia sostanziale e infernale nella sua gestione, ma ormai esiste e bisogna trovare i sei nomi. Nel passato la scelta è caduta su personaggi già  noti e con incarichi di partito rilevanti. Sarà  così anche questa volta? Gli esperti dicono di sì. Segretari regionali, personaggi di rilievo per incarichi passati sono già  in pole position, la ripartizione interpartitica non è ancora definita ma le caratteristiche prevalenti dei prescelti sembrano decise. I have a dream, direbbero Veltroni e Verini. Quale? Perchè i partiti non cambiano radicalmente i criteri di scelta e decidono di mettere nel listino forze fresche senza il vincolo dell’appartenenza a questo o quel partito? Non sarebbe un colpo al qualunquismo imperante inserire nel listino sei nomi di persone competenti e magari giovani sotto i quaranta anni al primo incarico da consigliere regionale invece che i soliti noti? Volti nuovi scelti nel mondo della cultura, delle professioni, del precariato giovanile, renderebbero credibile quella svolta da molti richiesta nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Non c’è alcuno che in questi anni non abbia parlato di esigenza di rinnovamento e, d’altra parte, un leader di lungo corso non dovrebbe aver timore di competere chiedendo agli elettori un voto diretto a conferma della qualità  della sua leadership. Capisco che questa proposta ha le stesse probabilità  di successo di quanto abbia l’auspicio che Berlusconi accetti di essere un cittadino soggetto alle leggi della repubblica, ma senza la speranza che le cose possono cambiare si continuerà  a galleggiare sopra una realtà  sempre più intollerabile. Il votare turandosi il naso è ormai una consuetudine di molti e il voto al meno peggio, la norma. Le cronache di questi giorni sono là  a dimostrare lo stato comatoso della nostra democrazia. Scopriamo che, al di là  della presunta corruzione, esiste nel Paese una zona franca in cui le norme e le leggi non hanno patria. Una parte significativa della spesa pubblica non ha alcun controllo di legittimità . Siamo in emergenza permanente. La Protezione Civile è stata utilizzata in questi anni per realizzare progetti ed eventi che nulla avrebbero a che fare con gli scopi per cui è stata pensata la struttura di salvaguardia del Paese. E’ banale che in caso di catastrofi naturali i vincoli e le procedure amministrative possano essere disattesi. E’ inammissibile che tutto diventi emergenza per saltare a piè pari leggi e normative italiane ed europee. E’ stato scritto (De Mauro Repubblica 12/2/2010): La Protezione civile, che Berlusconi sta trasformando in Spa, è, infatti, uno straordinario esperimento politico di Stato d’eccezione, con un ramo operativo del governo libero da ogni controllo e sciolto dalla legge. Questo vale naturalmente per le grandi sciagure, le calamità  nazionali, le vere emergenze per cui è nata la Protezione. Ma poi, il governo ha esteso lo stesso sistema ai Grandi Eventi, dai giochi del Mediterraneo all’anno giubilare paolino, ai viaggi del Papa in provincia, ai mondiali di nuoto, all’esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, alla Vuitton Cup. Nel solo 2009 le opere d’emergenza sono state 78, dal 2002 addirittura 500, con una spesa di 10 miliardi di euro. Ci si strappa le vesti, nel centrosinistra, l’Onorevole Violante è allarmato perchè non si avvia un processo di riforme. Non sarei preoccupato. Le grandi riforme sono già  in campo e le sta realizzando con determinazione Berlusconi. La privatizzazione dello Stato è in corso assieme alla privatizzazione dei beni pubblici come l’acqua. Protezione Civile Spa, Difesa Spa e perchè non Magistratura Spa? Tutti i problemi sarebbero risolti e vivremmo tutti felici e contenti.

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