Il nostro giornale nella sua lunga storia ha costruito un lungo dialogo con tutte le forze organizzate o no che fossero volte a comprendere la realtà e trovare la strada per impedire il degrado delle forze politiche della sinistra umbra

Senza settarismi e cercando di promuovere una discussione e rifuggendo dallo sventolare bandiere che non fossero valori e idee per una sinistra rinnovata e adeguata ai nostri tempi,  abbiamo giudicato “il nuovo che avanza” una sciagura per una sinistra comunista che non avendo avuto l’intelligenza e l’umiltà di fare i conti con i propri errori sembrava pronta a costruire soltanto il nulla.

Questo nostro tentativo non ha avuto successo. Oggi abbiamo a che fare con gruppi dirigenti rinnovati anagraficamente ma completamente incapaci di capire le ragioni di fondo dell’arretramento del consenso popolare e della perdita di “feudi” amministrativi del rilievo di Spoleto o Perugia e molti altri ancora.

Nell’ultimo decennio in Umbria un’intera classe dirigente è cambiata. Non è stata la rottamazione renziana ma il risultato dell’accrocco chiamato Partito Democratico che ha consentito la marginalizzazione di dirigenti ex PCI ormai privati dalla gestione dell’amministrazione pubblica. La feudalizzazione della politica ha messo in campo altri vassalli che non sanno bene che fare di fronte alla inarrestabile caduta della spesa pubblica. Come ottenere consenso popolare senza una politica altra da quella del controllo della conduzione degli apparati pubblici? E in presenza dello svuotamento delle risorse e poteri decentrati dello Stato come si può ritrovare la strada per resistere a una crisi economico-sociale che ha riportato l’Umbria ad essere la regione del sud più a nord? Ci vorrebbe qualche idea che tenga conto della non riproducibilità di un sistema di potere incentrato soltanto sulla spesa pubblica ma capace di aggregare forze e intelligenze. Con quali strumenti? Non c’è ormai da molti anni un’idea politica, una visione del mondo su cui discutere. Anzi di politica nel PD non si parla mai quasi per principio. C’è qualcuno che conosce perché caio è contro tizio? Perché la giunta regionale è stata in fibrillazione per mesi o perché a Foligno e a Terni le maggioranze sono a rischio? Le aspre contese sembrano riguardare esclusivamente l’occupazione di seggiole, seggioline e strapuntini per vassalli e loro clientes. Non è incoraggiante anche perché non è obbligatorio vivere nel pantano. Nel pantano ci siamo finiti per molte ragioni. Molte legate al trionfo del neoliberismo come ideologia dominante anche a sinistra; questo ha portato alla caduta di ogni capacità di elaborazione e di studio delle classi dirigenti dei progressisti. La politica istituzionale del centro-sinistra ha prodotto disastri di cui pagheremo il conto per molti anni.

Un esempio per tutti. Le riforme con il timbro di Bassanini hanno modificato il funzionamento del potere amministrativo decentrato.  Nel passato un sindaco in Umbria o un presidente di provincia era innanzi tutto un capo popolo oggi è capo di un’azienda con un suo staff, gli assessori e un’assemblea i cui soli poteri sono quelle delle interrogazioni. E come nelle aziende private, tutto il potere amministrativo è nelle mani dei manager.

Nell’interessante rapporto di Fabrizio Barca elaborato sullo stato del PD perugino viene descritto lo stato dei circoli e il rapporto con i gruppi dirigenti centrali. Pur interessante il rapporto marginalizza una questione decisiva che a nostro parere è quella della rappresentanza. L’aver consentito la politica dei “nominati” ha prodotto la scomparsa di ogni rapporto tra eletto e elettore. Molti della redazione di Micropolis forse non saprebbero elencare i parlamentari eletti dal centro-sinistra in Umbria. Nel Pci post stalinismo la direzione poteva indicare soltanto due eletti in Parlamento. Gli altri candidati erano obbligatoriamente sottoposti al giudizio delle sezioni. I più anziani dicono che non erano discussioni semplici e scontate. Ma forse è soltanto nostalgia dei tempi andati. E poi adesso ci sono le primarie che danno la parola al popolo.

Una sintesi del rapporto Barca: “in molti casi, i circoli risultavano essere strumento delle correnti per il governo del consenso, in Umbria i circoli sono spesso abbandonati a loro stessi e le correnti di partito, che pure giocano un ruolo fondamentale nella gestione del potere, sembrano occuparsene quasi per nulla tranne che nelle tornate elettorali. I circoli non costituiscono la base della filiera che conduce alla gestione del potere. La costruzione del consenso personale passa da altri canali e filiere che non è nostro compito verificare.”

La nostalgia non è una categoria della politica ma a volte la si perdona.

La crisi del PD umbro è profonda. Si tratta di un partito mai nato in cui si è smarrita le peculiarità del PCI che pur con grandi ambiguità dava grande importanza al rapporto dei leader con i militanti ed elettori. Va riconosciuta la capacità degli ex democristiani della Margherita di aver conservato la particolarità DC nel mantenere forte il consenso “personalizzato” del proprio elettorato. Sono troppo numerosi i circoli del PD perugino? E’ probabile, ma l’insediamento territoriale è possibile soltanto con strutture anche fisiche che elettori e militanti riescono a realizzare con il proprio lavoro. Certo non si può pretendere di avere una sezione per ogni campanile come voleva Togliatti. Ma il partito leggero voluto da Veltroni ha dimostrato tutta la propria inconsistenza. Oggi il   circolo ha come unico mandato vero quello di essere seggio elettorale per le variegate correnti organizzate non su idee e valori, ma sul ruolo dei vari capofila.

MICROPOLIS 27 ott. 16