da Francesco Mandarini | Set 10, 2006
L’incidenza della spesa pubblica sul prodotto interno lordo
italiano è inferiore a quella di Francia, Germania, di tutti i
Paesi Scandinavi e del nord dell’Europa. Questo sostanzialmente
significa che si può avere un intervento pubblico significativo e
nel contempo avere delle buone performance economiche. Il problema
italiano non è tanto di quantità ma di qualità della spesa.
Nonostante tutta la chiacchiera di questi anni sull’innovazione,
ancora oggi gran parte delle amministrazioni pubbliche sono
inefficienti e bloccate da corporativismi che il ceto politico non
sembra in grado o non voglia combattere. Una politica di rigore
non obbligatoriamente deve essere rivolta a ridurre la spesa
sociale, ma potrebbe incidere sul mal funzionamento anche
semplicemente abolendo tutto ciò che impedisce un miglioramento
del rapporto tra cittadino e Stato. A costo zero.
Stupisce che Fassino, capitano di lungo corso, non comprenda che
tagliare pensioni, sanità e spesa pubblica locale non solo è
moralmente discutibile visto lo stato dei nostri pensionati, ma
non risolve i problemi dello sviluppo del Paese. Il rigore
bisognerebbe riservarlo ad altri settori della società italiana
all’interno di un programma riformatore che incida sulle cause
strutturali della “cattiva” spesa pubblica.
La presidente Lorenzetti, nel presentare i progetti di riforma
endoregionale, ha dichiarato: “L’obbiettivo è quello di snellire,
ridurre, semplificare”.
Scelta saggia che richiederà grande determinazione. I problemi da
affrontare sono molti e prima di tutto c’è il problema di coloro
che dovrebbero acconsentire a snellire, ridurre, semplificare. La
presidente conosce bene lo stato delle cose esistente anche in
Umbria e certo è consapevole delle resistenze che incontrerà la
riforma. Alcuni esempi.
E’ stato ripetutamente scritto come la personalizzazione della
politica abbia portato alla formazione di un ceto politicoamministrativo
molto particolare a tutti i livelli.
E’ dato per scontato che, finita la mediazione dei partiti
rispetto alle carriere personali, ognuno che vuol partecipare
alle scelte politiche si sente impegnato ad ottenere un incarico
pubblico che in genere è adeguatamente retribuito. Ridurre non può
che significare accorpare enti e strutture e ciò non può che
incidere sulla carriera di questo o di quello. La politica oggi è
costruita attraverso legami personali ritenuti indispensabili per
procedere negli “avanzamenti” di carriera. Complesso sarà
penalizzare, chiudendo una struttura pubblica, un amico di
cordata. E sì, magari per gli scopi più nobili ognuno la sua
piccola o grande cordata in questi anni ha dovuto costruirla.
Questo è un problema non di poco conto.
Anche il rapporto con i territori non è cosa da poco. L’enfasi
posta sulla rappresentanza territoriale ha costruito un potere di
veto di tipo “signoria” del 16° secolo.
Ridimensionare le comunità montane o rivedere la struttura
sanitaria entra in conflitto con ciò che ormai è considerato un
diritto acquisito da questo o quel comune.
Se si analizzano con puntualità gli enti di emanazione regionale
si può tranquillamente affermare che uno dei criteri che ha
prevalso è stato quello della ripartizione partitica, ma anche
quello della distribuzione territoriale degli incarichi. I
perugini sembrano indifferenti ai problemi di potere.
Suddivisione questa assolutamente squilibrata a vantaggio di
alcune zone, ma questo è un altro problema.
Al riguardo le ultime notizie dal “palazzo” riferiscono di uno
studio interno all’assessorato alla sanità . L’esperto ha
analizzato scientificamente il lavoro dei direttori generali
uscenti e incredibilmente l’unico manager che ha ottemperato
pienamente al piano sanitario regionale non è stato confermato
nell’incarico. Evidentemente l’interessato non apparteneva ad
alcuna squadra ne rappresentava alcun territorio.
Riformare e innovare è sempre stata cosa difficile in Italia ed
anche in Umbria. Nelle prime legislature la regione tentò le
strade più diverse per darsi una struttura amministrativa moderna
ed efficiente. Molti e a volte clamorosi gli errori commessi in
quegli anni lontani. L’unica cosa che aiutava gli amministratori
di allora era la rete di protezione dei partiti. Una rete che
impediva che l’interesse del singolo o di un territorio prevalesse
su quello generale e, quindi, si procedeva con grande sobrietà
nell’assegnare incarichi e prebende. Molti degli compiti venivano
svolti gratuitamente. Erano altre stagioni.
Non esistevano uffici di gabinetto e solitamente l’amministratore
aveva rapporti diretti con gli amministrati. La politica aveva un
costo decisamente minore di oggi e in genere vi erano gruppi
dirigenti regionali che cercavano di evitare di essere
rappresentanti “territoriali”.
Adesso è tutto più difficile. Dare consigli sarebbe inutile. La
capacità di ascolto non è una dote diffusa e poi bisogna avere
fiducia. Al di là della volontà dei singoli i problemi di bilancio
obbligheranno a cambiare una macchina pubblica che non può che
essere trasformata. L’Umbria ha leader che possono essere adeguati
alla bisogna? La speranza è noto che è l’ultima a morire.
Corriere dell’Umbria 10 settembre 2006
da Francesco Mandarini | Set 3, 2006
Pietro Laffranco, consigliere di Alleanza Nazionale, ha
interrogato la presidente Lorenzetti per sapere se anche la
Regione dell’Umbria ricorrerà alla Corte Costituzionale contro il
famoso Decreto Bersani dopo che lo ha fatto, la Regione Toscana.
L’interrogazione non è di poco conto e pone questioni molto
importanti. Sbaglierebbe la presidente a sottovalutare la
questione che è sottesa all’iniziativa di Laffranco.
Il rapporto tra governo centrale e quello locale non ha trovato
mai un equilibrio in nessuna fase della storia repubblicana
italiana. Ad esempio, sembrerà incredibile ma il periodo peggiore
per l’esperienza regionale degli anni settanta è stato quello dei
governi di solidarietà nazionale.
In quella fase il centralismo era così scontato da non sollevare
alcuna forma di seria rimostranza da parte delle regioni qualunque
fosse il loro colore politico. Il fallimento dell’esperienza dopo
pochi anni dall’istituzione delle regioni è stato frutto del
ministerialismo che permeava i partiti di allora. PCI,DC,PSI e
altri preferirono valorizzare i poteri del governo centrale contro
le giunte regionali. Dopo quasi trenta anni, di quell’impostazione
disastrosa paghiamo ancora oggi il prezzo,.
Le regioni, anche quelle più efficienti, sono essenzialmente enti
di spesa le cui entrate sono in massima parte decise dalle
finanziarie annuali nazionali. Le regioni sono strutture in cui
gli apparati politici e burocratici sono costosi, elefantiaci,
squilibrati e sempre meno capaci di realizzare progetti
innovativi. Scomparso ogni tentativo di programmazione (parola
ormai fuori moda), con un movimento legislativo risibile i
consigli regionali vivono di interpellanze e mozioni e
l’amministrazione è di fatto esercitata da manager e burocrati.
Le giunte regionali, grazie al presidenzialismo, sono al massimo
la “squadra” del presidente tuttofare: nessuna autonomia politica,
nessun potere amministrativo.
L’assalto alla Costituzione non è stata prerogativa del
centrodestra. Se c’è stato un “miracolo politico” questo è stata
la vittoria del No al referendum costituzionale. Un miracolo
perchè quello che hanno in testa i riformisti dell’Ulivo in
materia istituzionale non è molto dissimile da quello che voleva
Berlusconi. Esagero? L’ottimo sindaco Veltroni ha annunciato la
sua disponibilità ad essere candidato a premier nel 2011 soltanto
se vi saranno riforme istituzionali che consentano l’elezione
diretta del capo del governo. Torna con forza l’idea del “sindaco
d’Italia” di rutelliana memoria. Berlusconi non chiedeva
l’elezione diretta, al cavaliere bastava annichilire parlamento e
magistratura. Avrò capito male, ma il No al referendum era anche
un No secco ad ogni forma di cesarismo, ma forse mi sbaglio e la
gente ha votato in quel modo perchè vuole un Cesare ulivista.
Certo è che soltanto in Israele il capo dell’esecutivo viene
eletto direttamente e, in quel travagliato Paese, la stabilità del
governo non è certo esemplare.
Come è possibile che dopo che, nonostante il disimpegno nello
scontro referendario dell’Unione, la maggioranza dei cittadini
abbia confermato che l’Italia deve rimanere una repubblica
parlamentare, si voglia costruire una repubblica presidenziale?
Misteri del riformismo italiano.
Di ben altro dovrebbero occuparsi i dirigenti dell’Ulivo. La
finanziaria preannunciata da Padoa Schioppa rischia di non essere
avvertita dalla gente comune come dissimile da quelle del creativo
Tremonti. Tagli alla sanità , alle pensioni e via, via
ridimensionando l’intervento pubblico per il Welfare.
Bruxelles vuole questo, ci dicono. Si potrebbe rispondere che sia
la Francia che la Germania hanno risposto picche alle imposizioni
dei vari Almunia e che era possibile una trattativa per un rientro
meno violento dentro i parametri di bilancio europei. La divisione
tra i “rigoristi” e “spalmisti” rischia di far ballare una sola
estate il governo Prodi. Che i problemi siano complessi è ovvio.
L’economia italiana rimane in stallo e tutti i parametri di fondo
rimangono precari. Basta guardare al rapporto importazioniesportazioni,
alla fragilità delle nostre infrastrutture e alla
frammentazione delle nostre imprese.
Meno ovvio è l’assoluta incapacità del governo di centrosinistra
di dare almeno la sensazione di voler sfuggire alla pura logica
dei tagli. Se è vero, come è vero, che negli ultimi venti anni i
redditi da lavoro e da pensione si sono ridotti in maniera
drammatica rispetto all’incidenza sul PIL, bisognerà che la
politica economica del governo dell’Unione cerchi di invertire
questa tendenza. L’emergenza pensioni dovrebbe essere letta
partendo dal fatto che milioni e milioni di pensionati hanno
redditi da fame. Non è quindi in quel settore che si deve
tagliare.
Di sprechi e inefficienze è piena la struttura pubblica sia a
livello centrale che nelle amministrazioni locali. Non è un caso
che nella nostra regione si sia aperto da tempo un dibattito volto
a trovare la soluzione ad enti e strutture pubbliche che non hanno
più una ragione di esistere e che costano molto. La riforma endo
regionale può essere un’occasione di riqualificazione della spesa
pubblica. Nel comparto sanità è possibile trovare le risorse
attraverso una lotta rigorosa agli sprechi e alle inefficienze.
Una maggiore sobrietà aiuterebbe anche il bilancio regionale.
Ci sarebbe bisogno di più coraggio e inventiva. Ma come insegna
Alessandro Manzoni il coraggio non si acquista al supermercato e
l’inventiva non è merce comune.
Corriere dell’Umbria 3 settembre 2006
da Francesco Mandarini | Lug 27, 2006
I partiti dell’Unione non se la passano benissimo nemmeno in Umbria. Gli episodi di tensione tra singoli dirigenti, tra partiti e all’interno dei partiti sono così numerosi da invitare ad una pausa di riflessione. La sfuriata del segretario regionale dei Diesse contro i criteri di nomina dei manager della sanità , è rientrata dopo una cordiale riunione della maggioranza che governa la regione ed uno scambio di idee “franche e sincere”.
I comunisti italiani hanno ritenuto soddisfacenti le rassicurazioni della Lorenzetti e per fortuna arriva l’agosto e, come si sa, la politica in agosto va in vacanza. I problemi possono aspettare. D’altra parte le discussioni passano sopra la testa della gente e sono accessibili soltanto al ceto politico e a qualche commentatore. Chi può appassionarsi al ripetersi della consueta discussione estiva sulla nomina dei manager della sanità ? Qualche primario ospedaliero, qualche professore universitario. I malati si augurano soltanto che le file d’attesa per gli interventi si accorcino e che la “migliore sanità d’Italia”, si dimostri tale anche nella cura dei malati e non solo nelle statistiche datate al 2004.
Chi può credere ancora alla riforma endoregionale dopo quindici anni di inutili discussioni e con un ceto politico che ha la sua forza nel localismo più indecente? E’ acclarato che la razza dei dirigenti di valenza regionale è ormai una razza in rapida estinzione che necessità dell’intervento del Wwf o dell’Unesco. Ogni dirigente rappresenta un territorio e cura i suoi interessi come esclusivi dell’azione amministrativa. Un’occhiata alle interpellanze e mozioni presentate in consiglio è sufficiente a conferma della feudalizzazione dell’assemblea regionale.
Il grido di guerra è riforma istituzionale costi quel che costi. Dicono. Poi i problemi si aggrovigliano. Riduzione delle comunità montane? Che fare del personale politico che vive delle prebende sostanziose della comunità montana da sciogliere? Accorpare le società finanziare regionali? Come sistemare i manager insediati da anni al vertice di quelle strutture? Aree vaste o terza provincia. Quale sarà il capoluogo, Foligno o Spoleto? Dopo una discussione di venti anni siamo ancora a questo nodo. Tutto rinviato a settembre.
Se la politica va in vacanza i problemi si aggrovigliano. Sono problemi locali e nazionali. Quelli locali più evidenti sono quelli legati al venir meno di risorse che sembravano acquisite. Ricordate i manifesti della destra che magnificava gli stanziamenti di Berlusconi per le infrastrutture viarie umbre? Tutte balle? Sembrerebbe di sì a sentire il Ministro Di Pietro. Nessuna risorsa per il famoso “Quadrilatero”, il nodo di Perugia rimarrà un nodo e la E45 un percorso di guerra. Dovrà lottare strenuamente la nostra presidente per assicurare quello che sembrò scontato in termini di lavori pubblici. Siamo fiduciosi però. La presidente ha le competenze, la grinta e le conoscenze adeguate alla bisogna.
Non sono rinviati a settembre i problemi nazionali. La scadenza del voto al Senato sul rifinanziamento delle missioni all’estero tiene in giusta apprensione il popolo dell’Unione e della sinistra diffusa. La discussione è aspra come è giusto che sia. Il tentativo di criminalizzare il dissenso sta ridimensionandosi grazie anche alla saggezza di alcuni grandi vecchi della sinistra ad iniziare da Valentino Parlato e da Pietro Ingrao. Il nostro parere non è dissimile da quello espresso da questi antichi nostri compagni. La redazione di Micropolis è composta da molti compagni che nella loro vita hanno esercitato il dissenso a volte anche in forma permanente, ma mai dimenticando l’interesse generale del “movimento”. E’ per questo che non abbiamo timidezze rispetto al giudizio dell’attuale fase politica. Non siamo convinti che la politica estera dell’attuale governo sia la semplice continuazione di quella di Berlusconi. E’ ancora insoddisfacente? Sì, a nostro giudizio si può e si dovrà fare di più per caratterizzare la politica estera di un governo di centrosinistra. Non siamo però convinti che il “tutto subito” sia una scelta giusta. E comunque riteniamo sbagliato indebolire o peggio affossare il governo Prodi già debole di per se, ma che è al momento il miglior governo possibile.
Non migliorerebbe certo la situazione in Afghanistan se il ministro degli esteri tornasse ad essere Fini invece di D’Alema.
L’augurio quindi è quello di salvaguardare la possibilità del dissenso senza affossare il governo dell’Ulivo.
D’altra parte ci aspetta un autunno difficilissimo che un peggioramento politico non aiuterebbe. La crisi del Paese è di tali dimensioni da richiedere uno sforzo di mobilitazione straordinaria per impedire che la crisi si scarichi ulteriormente sulle fasce deboli. Apprezziamo lo sforzo del Ministro Bersani di ammodernare l’Italia colpendo le rendite di posizione. La parola non ci affascina, ma le liberalizzazioni non possono che essere stimate quando colpiscono lobbies e arcaici privilegi.
Non basta però. Con la prossima finanziaria, si tratterà di decidere quali ceti dovranno essere colpiti per risolvere i problemi del debito pubblico. Il “Patto tra produttori” non ci convince e ci sembra fuori della realtà materiale. Troppo visibile è l’intreccio tra ricchezza da rendita finanziaria e rendita frutto del mondo della produzione. Ciò che ci appare decisivo è il sapere spingere sul governo affinchè le conquiste del welfare siano salvaguardate in un processo di modernizzazione che ridia al mondo del lavoro quello che il liberismo di questi anni ha tolto.
Micropolis 27 luglio 2006
da Francesco Mandarini | Lug 9, 2006
Il decreto su alcune liberalizzazioni ha suscitato un’ondata di scioperi già effettuati, quello dei tassisti, e annunciati, quello degli avvocati. Si aspettano le reazioni di farmacisti, banche e assicurazioni. Provate a spiegare, ad un amico straniero, perché il ministro Bersani è diventato famoso con l’atto deliberato dal consiglio dei ministri della settimana scorsa. Per farvi capire dovrete spiegare perché è rivoluzionario che un cittadino possa comperare aspirine ad un super mercato o che non bisognerà più andare dal notaio per certificare la vendita di un’auto. Che un correntista bancario possa accettare o no modifiche contrattuali sembra un’ovvietà in tutto il mondo. In Italia, fino al decreto Bersani non lo era, e chiudere un conto in banca era un’impresa lunga e costosa. L’amico americano o inglese vi guarderà allibito e voi per farvi capire dovrete fare una lezione di storia che ripercorrerà la corporativizzazione della società italiana dal medio evo ad oggi. Il professor Segatori ha tratteggiato il percorso storico proprio su questo giornale giovedì scorso e c’è poco d’altro da aggiungere. Se non una preoccupazione: le lobbies sono molto forti in Parlamento, mentre i cittadini-consumatori non hanno gran peso se non nei periodi elettorali e le elezioni sono lontane. Speriamo che almeno in questa circostanza i bravi riformisti nostrani facciano il loro mestiere.
Luglio è il mese del Documento di programmazione economica finanziaria. Il DPEF elenca le grandezze macroeconomiche che il governo intende realizzare nel triennio successivo attraverso le finanziarie annuali. Non ci sono provvedimenti, ma l’individuazione delle aree di intervento. Allarma sindacati e non solo, che il governo Prodi intende agire essenzialmente per tagliare sanità , previdenza, e sui trasferimenti alle regioni e enti locali. Che la situazione dei conti pubblici trovata da Padoa Schioppa sia ancor peggiore di quella valutata prima delle elezioni è cosa vera. E’ anche vero però che il programma elettorale dell’Ulivo aveva come cardine la salvaguardia del sistema di welfare. La spesa sanitaria italiana è ancora al di sotto di quella della Germania, Francia, ed è nella media europea. Le tariffe per i servizi pubblici locali tendono da anni a salire e il sistema pensionistico ha subito ridimensionamenti da almeno dieci anni. Che si vuol fare? Debbono essere ancora i ceti più deboli a pagare per il risanamento del Paese? Prodi non aveva escluso “il lacrime e sangue�
Non si capisce perché non si è trattato con Bruxelles sui tempi del rientro nei parametri europei. Lo sfondamento del 3% è opera dal governo Berlusconi. Almunia, presidente della commissione europea, ha consentito per anni la finanza creativa di Tremonti e forse era possibile per Prodi trattare con l’Europa un anno in più per il rientro nei parametri stessi.
Il fine giugno e l’inizio luglio è il periodo dei “direttori generali†della sanità . Non siamo ancora alla decisione formale, ma in dirittura d’arrivo certamente. Le polemiche sono naturalmente tutte interne alla maggioranza. Non si tratta di sapere quanti ai diesse, alla Margherita o a Rifondazione. La prassi è consolidata: tre, due, uno. Le beghe nascono attorno a dove e chi. Ci assicurano che il criterio della scelta sarà quello della massima professionalità nell’interesse della collettività . Sia consentito qualche dubbio. Non si conoscono le valutazioni sul lavoro svolto dai direttori uscenti. Come trasparenza non è male. Eppure non sarebbe complicato verificare la qualità dei servizi delle varie strutture sanitarie. Non è complicato guardare le innovazioni prodotte o il grado di soddisfazione degli utenti della sanità o l’impegno del personale dell’area. Se si fosse proceduto così si sarebbe superata l’impressione che tutto sia deciso, non dai partiti che già apparirebbe chiaro, ma dalle diverse strutture lobbistiche che operano anche nella nostra comunità .
Si mormora che pinco pallino è appoggiato dal sindaco o che tizio è un uomo del parlamentare, del presidente o dell’assessore. Sono sussurri, chiacchiericcio che poco ha a che fare con l’interesse della comunità o con l’esigenza di costruire una classe dirigente più adeguata a quella che conosciamo.
A proposito di classe dirigente. Continua l’ormai lungo ridimensionamento nella gestione della cosa pubblica dei dirigenti perugini del partito di Fassino. Anche ad una sommaria analisi dei punti di comando dell’apparato pubblico, risulta evidente una contrazione della presenza di “peruginiâ€. L’ultimo episodio è stato il rinnovo della giunta della Provincia di Perugia. Non un singolo assessore della città del grifo e del leone.
Se si osservano enti strumentali o elettivi ci si accorge che Perugia è sì la capitale dell’Umbria, ma quanto a leader ne sa esprimere pochissimi. La cosa qualche riflessione dovrebbe produrla. In una politica che, grazie ai sistemi elettorali si è feudalizzata, rimane difficile operare bene, quando i territori sono rappresentati in modo squilibrato. Rivendicare astrattamente una maggior presenza sarebbe una fesseria. Concretamente c’è invece da analizzare perché una comunità , quella perugina, non riesce più a produrre una classe dirigente di valenza regionale. E ciò non riguarda soltanto il mondo della politica. Anche nel mondo della produzione la frantumazione localistica ha penalizzato alcuni territori e privilegiato altri al di là dei meriti o demeriti propri. Perugia ha la sua forza proprio nella capacità di attrarre intelligenze e risorse. Bisognerebbe metterle a frutto senza chiusure localistiche, ma rivendicando equilibrio nella distribuzione del potere pubblico.
L’egemonia non si ottiene per decreto e in una società “feudale†quando manca il Principe dominano i feudatari e a volte i vassalli.
Corriere dell’Umbria 9 luglio 2006
da Francesco Mandarini | Lug 9, 2006
Il decreto su alcune liberalizzazioni ha suscitato un’ondata di scioperi già effettuati, quello dei tassisti, e annunciati, quello degli avvocati. Si aspettano le reazioni di farmacisti, banche e assicurazioni. Provate a spiegare, ad un amico straniero, perchè il ministro Bersani è diventato famoso con l’atto deliberato dal consiglio dei ministri della settimana scorsa. Per farvi capire dovrete spiegare perchè è rivoluzionario che un cittadino possa comperare aspirine ad un super mercato o che non bisognerà più andare dal notaio per certificare la vendita di un’auto. Che un correntista bancario possa accettare o no modifiche contrattuali sembra un’ovvietà in tutto il mondo. In Italia, fino al decreto Bersani non lo era, e chiudere un conto in banca era un’impresa lunga e costosa. L’amico americano o inglese vi guarderà allibito e voi per farvi capire dovrete fare una lezione di storia che ripercorrerà la corporativizzazione della società italiana dal medio evo ad oggi. Il professor Segatori ha tratteggiato il percorso storico proprio su questo giornale giovedì scorso e c’è poco d’altro da aggiungere. Se non una preoccupazione: le lobbies sono molto forti in Parlamento, mentre i cittadini-consumatori non hanno gran peso se non nei periodi elettorali e le elezioni sono lontane. Speriamo che almeno in questa circostanza i bravi riformisti nostrani facciano il loro mestiere.
Luglio è il mese del Documento di programmazione economica finanziaria. Il DPEF elenca le grandezze macroeconomiche che il governo intende realizzare nel triennio successivo attraverso le finanziarie annuali. Non ci sono provvedimenti, ma l’individuazione delle aree di intervento. Allarma sindacati e non solo, che il governo Prodi intende agire essenzialmente per tagliare sanità , previdenza, e sui trasferimenti alle regioni e enti locali. Che la situazione dei conti pubblici trovata da Padoa Schioppa sia ancor peggiore di quella valutata prima delle elezioni è cosa vera. E’ anche vero però che il programma elettorale dell’Ulivo aveva come cardine la salvaguardia del sistema di welfare. La spesa sanitaria italiana è ancora al di sotto di quella della Germania, Francia, ed è nella media europea. Le tariffe per i servizi pubblici locali tendono da anni a salire e il sistema pensionistico ha subito ridimensionamenti da almeno dieci anni. Che si vuol fare? Debbono essere ancora i ceti più deboli a pagare per il risanamento del Paese? Prodi non aveva escluso “il lacrime e sangue”?
Non si capisce perchè non si è trattato con Bruxelles sui tempi del rientro nei parametri europei. Lo sfondamento del 3% è opera dal governo Berlusconi. Almunia, presidente della commissione europea, ha consentito per anni la finanza creativa di Tremonti e forse era possibile per Prodi trattare con l’Europa un anno in più per il rientro nei parametri stessi.
Il fine giugno e l’inizio luglio è il periodo dei “direttori generali” della sanità . Non siamo ancora alla decisione formale, ma in dirittura d’arrivo certamente. Le polemiche sono naturalmente tutte interne alla maggioranza. Non si tratta di sapere quanti ai diesse, alla Margherita o a Rifondazione. La prassi è consolidata: tre, due, uno. Le beghe nascono attorno a dove e chi. Ci assicurano che il criterio della scelta sarà quello della massima professionalità nell’interesse della collettività . Sia consentito qualche dubbio. Non si conoscono le valutazioni sul lavoro svolto dai direttori uscenti. Come trasparenza non è male. Eppure non sarebbe complicato verificare la qualità dei servizi delle varie strutture sanitarie. Non è complicato guardare le innovazioni prodotte o il grado di soddisfazione degli utenti della sanità o l’impegno del personale dell’area. Se si fosse proceduto così si sarebbe superata l’impressione che tutto sia deciso, non dai partiti che già apparirebbe chiaro, ma dalle diverse strutture lobbistiche che operano anche nella nostra comunità .
Si mormora che pinco pallino è appoggiato dal sindaco o che tizio è un uomo del parlamentare, del presidente o dell’assessore. Sono sussurri, chiacchiericcio che poco ha a che fare con l’interesse della comunità o con l’esigenza di costruire una classe dirigente più adeguata a quella che conosciamo.
A proposito di classe dirigente. Continua l’ormai lungo ridimensionamento nella gestione della cosa pubblica dei dirigenti perugini del partito di Fassino. Anche ad una sommaria analisi dei punti di comando dell’apparato pubblico, risulta evidente una contrazione della presenza di “perugini”. L’ultimo episodio è stato il rinnovo della giunta della Provincia di Perugia. Non un singolo assessore della città del grifo e del leone.
Se si osservano enti strumentali o elettivi ci si accorge che Perugia è sì la capitale dell’Umbria, ma quanto a leader ne sa esprimere pochissimi. La cosa qualche riflessione dovrebbe produrla. In una politica che, grazie ai sistemi elettorali si è feudalizzata, rimane difficile operare bene, quando i territori sono rappresentati in modo squilibrato. Rivendicare astrattamente una maggior presenza sarebbe una fesseria. Concretamente c’è invece da analizzare perchè una comunità , quella perugina, non riesce più a produrre una classe dirigente di valenza regionale. E ciò non riguarda soltanto il mondo della politica. Anche nel mondo della produzione la frantumazione localistica ha penalizzato alcuni territori e privilegiato altri al di là dei meriti o demeriti propri. Perugia ha la sua forza proprio nella capacità di attrarre intelligenze e risorse. Bisognerebbe metterle a frutto senza chiusure localistiche, ma rivendicando equilibrio nella distribuzione del potere pubblico.
L’egemonia non si ottiene per decreto e in una società “feudale” quando manca il Principe dominano i feudatari e a volte i vassalli.
Corriere dell’Umbria 9 luglio 2006