DISASTRI

Perpetuando il vizio della negazione dell’evidenza, movimenti e partiti dichiarano di aver avuto un successo nelle elezioni amministrative del 10 giugno. Solo Grillo riconosce che 5 Stelle non ha avuto un buon risultato. Per recuperare ha pensato bene di inseguire la Lega di Salvini nella caccia ai Rom e in genere agli immigrati. La sindaca Raggi dichiara Roma off limits per i gitani e per i mendicanti che operano attorno alle stazioni del metrò. Prioritaria, per la Sua amministrazione, è la questione dei campi Rom. Il nuovo che avanza è indifferente al disastro di immagine di una capitale incapace di risolvere problemi vitali per i cittadini come i rifiuti o lo stato delle sue strade,  della fuga di tanti centri di produzione verso Milano, del degrado sociale ed economico della più bella capitale d’Europa. Bazzecole. Sono i poveracci che necessitano di più controlli. Chi ha votato 5Stelle con la speranza di aver finalmente una amministrazione efficace e adeguata alle bisogna deve prendere atto che il nuovo somiglia molto al vecchio e l’incompetenza non è risolvibile con le chiacchiere di un comico. Enfatizzare la democrazia diretta del web non è sufficiente a ottenere consenso elettorale. Scegliere un candidato sindaco con cento “mi piace” non sembra essere cosa saggia anche se sembra molto cool, come direbbero  gli inglesi. Perplessità sulle verità di internet sono giustamente diffuse. Forse bisognerà affrontare le noiosissime riunioni in cui il popolo discute e sceglie i candidati. Molto retrò ma che ha dimostrato efficacia per molti anni. La sindaca Raggi può legitimamente continuare a accusare le vecchie amministrazioni (pessime) di centrodestra e di centrosinistra, ma ad un certo punto dovrà iniziare a risolvere qualche problema.
Con frettolosità i partiti hanno dichiarato la propria soddisfazione per i risultati e tutti hanno considerato irrilevante il crollo dei votanti. Negli ultimi venti anni si è passati da una partecipazione al voto amministrativo di oltre l’80 per cento al 60 percento. Certo si può dire che la disaffezione al voto è diffusa in Europa. Macron, il nuovo enfant prodige tanto amato anche in Italia, ha vinto le presidenziali alla grande e ha ottenuto alle politiche il 32 per cento ma alle politiche i votanti sono stati pochi. Un francese su due ha scelto l’astensione quindi Macron ha vinto con il 16 per cento degli aventi diritto al voto. Molti intellettuali di ogni colore ritengono che le forme democratiche più diverse siano ormai tutte in crisi. Le ragioni sono molteplici e riconducono tutte alla crisi della politica e delle forme della struttura pubblica. Dove nasce la incapacità della politica nell’affrontare i problemi posti dalla globalizzazione? La crisi della politica viene dichiarata a tutte le latitudini e il ceto politico continua a cercare scorciatoie che si scontrano almeno in Italia con l’interesse per la sopravvivenza di simil partiti e con interesse dei singoli per la propria sopravvivenza. Non c’è sistema elettorale perfetto. La sciocchezza del pifferaio di Toscana che prevedeva una legge elettorale che garantiva un vincitore la sera dello spoglio elettorale, era appunto una stupidaggine. Il sistema maggioritario più estremo, quello della Gran Bretagna, può produrre  a due settimane dal voto un governicchio della signora May destinato a vita grama come la neve d’agosto. Ballerà una sola estate la leader dei conservatori inglesi. Politicamente ha vinto l’arcaico Corbyn nonostante tutte le previsioni degli opinion maker e ha vinto con una piattaforma elettorale chiaramente di sinistra che mette in soffitta il blairismo conquistando la maggioranza del voto giovanile. Occasione di riflessione anche per il PD? Non se ne parla, Lui ha dichiarato che è stato un peccato. Se al posto di Corbyn ci fosse stato un blairiano i laburisti avrebbero vinto. Non c’è limite al ridicolo.

Chi ha smacchiato l’Umbria

La domanda è : “Chi ha smacchiato l’Umbria Rossa?”. Prima di tutto è stata veramente smacchiata?
Si non ci sono dubbi. E’ stata smacchiata da un “combinato disposto” di cause internazionali, nazionali e locali. Un mix esplosivo che ha portato, praticamente , alla sparizione della sinistra organizzata in questa regione.
Cominciamo ad elencarle.
La prima e la più dirompente è il trionfo dell’individualismo come unica forma di partecipazione politica. Lo strumento che ha cambiato la cultura politica locale è stato il sistema maggioritario e l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti che, mano mano, ha portato allo svuotamento dei partiti e al trionfo di gruppi, correnti e capi bastone. Un processo che ha determinato uno scadimento costante dei gruppi dirigenti e dei contenuti.
Perchè?
Se l’unico o il principale obiettivo è quello dell’occupazione del potere , chi la persegue si circonda di una pletora dei famosi portaborse, che non possono che non essere di bassa statura culturale, perchè devono avere come caratteristica quella dell’obbedienza totale al capo. Di conseguenza l’attività politica sostenuta non tiene più conto dell’interesse generale, ma solo dell’interesse particolare , cioè del “leader” e di quelli che lo appoggiano.
Niente bene comune?
Si, è una mutazione automatica. Faccio un esempio per spiegarlo. La cosiddetta sinistra, dagli anni 80 in poi è andata sempre più impegnandosi sui diritti civili, quelli individuali e sempre meno su quelli collettivi. Anzi quelli li ha rimessi in discussione e non da adesso. Non che sia un male assoluto, ma non può essere l’elemento distintivo. Anche perchè i diritti individuali hanno un senso solo se vengono garantiti quelli collettivi, che vengono prima.
Perchè prima?
Perchè se non hai la libertà dal bisogno e le garanzie di mantenimento di questa libertà, il resto serve a poco è solo forma . Ed è una forma che diventa sostanza solo per le classi più abbienti. Non a caso sono una stati sempre una bandiera dei liberal, non dei comunisti, che hanno si partecipato, e determinato a vincere grandi battaglie come quelle sul divorzio e sull’aborto non dimenticandosi mai di tenere in primo piano temi come il lavoro, la casa, la salute e la qualità della vita.
Ma, tornando a bomba, può, una semplice legge elettorale cambiare i connotati di una parte politica importante come la sinistra?
Ma la legge è una conseguenza di scelte precise. La prima e la più importante è quella di avere colpito costantemente e continuamente le autonomie locali e con esse il territorio e la rappresentanza. La conseguenza di tutto questo è stata l’eliminazione o la forte limitazione dei corpi intermedi fondamentali per la sinistra come partito, sindacato e associazioni di massa. Tutta quella roba che faceva partecipazione e , soprattutto, mobilitazione popolare.
E che è stato fatto in sostituzione?
Quello che comunemente viene chiamato sistema di potere.,E’ stata una trasformazione che ha cambiato profondamente la sinistra. Tra la fine del secolo secolo e l’inizio di del ventunesimo nella nostra Regione tra Comunità Montane, Ati, Consorzi di vario tipo e su varie materie, Parchi regionali, Atc e Commissioni per tutti i gusti e per tutti gli usi, non c’era famiglia umbra che non aveva portato a casa un incarico. E la maggior parte di questi avevano uno stipendio, una corresponsione, un gettone, un rimborso ecc.
Insomma le istituzioni non erano più il centro della politica?
Ma certo che no.Andate ad assistere ad un consiglio comunale. Scoprirete che il 99% di quelle riunioni non servono a niente, non decidono niente. Chi è stata eletto, salvo il Sindaco, non ha alcun potere. Le decisioni sono in capo al primo cittadino e alla Giunta che non è composta da eletti, ma da nominati. E questo vale anche per le assemblee regionali che hanno perso di significato esattamente come  i parlamentari che non rappresentano altro che loro stessi.
La famosa democrazia dei nominati.
Esatto. Una pratica che non ha riguardato solo le assemblee elettive ma tutto il sistema. Attorno a Regione , Comune e, fino a poco tempo fa, le Province (che adesso sono enti nominati dai comuni) hanno girato e girano intorno una pletora immensa di enti, strutture, aziende e società pubbliche i cui responsabili sono tutti nominati. Ma attenzione, non si tratta solo di forma o della ricerca di facile consenso. Piano piano i veri centri decisionali sono diventati questi, con conseguenza catastrofiche per la democrazia e per la rappresentanza.
In che senso?
Nel senso che il mondo dei nominati ha, piano piano sostituito il mondo degli eletti. Oggi Presidenti e Sindaci sono in mano i tecnocrati. Le decisioni vere le prendono quelli che dirigono le aziende, i tecnici degli enti, i dirigenti. Sono loro che spendono e maneggiano il denaro pubblico gli enti elettivi lo distribuiscono solamente. E a chi rispondono nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che un Consigliere non rappresenta più niente, né il territorio, né categorie sociali, né valori di partito.
Vorrei capire. Insomma la sinistra umbra, che avrebbe creato tutto questo è stata vittima di se stessa?
E’ stata vittima di una cultura che non le appartiene e che non conosce perchè viene da un’altro mondo, quello collettivo, quella del noi e non dell’io. Distruggendo il ruolo della democrazia di rappresentanza, delle Autonomie Locali, dei corpi intermedi ha distrutto se stessa. La sua forza era il rapporto diretto col territorio e coi cittadini. Finito questo rapporto di fiducia è arrivata la crisi. E non è un caso che a subirne le conseguenze sono stati proprio gli esponenti provenienti dalla storia del Pci, colpevoli, agli occhi della gente, di essere diventati come gli altri, anzi, peggio degli altri.
Però un “partito c’è ancora”. Il Pd.
Esiste in astratto. Il Pd non è più un partito di massa e soprattutto la sua strutturazione è per correnti e potentati. Cose che funzionano autonomamente sia al centro che in periferia. Il partito diventa quindi solo una sigla da presentare alle elezioni, senza progetto, senza ideali e senza vaIori e senza l’ambizione di cambiare la società. Venendo meno il partito, il sindacato ormai è più un patronato che uno strumento di difesa dei lavoratori. Oggi solo la Fiom cerca di ricordarsi qual’è il ruolo del sindacato. Infine ,vorrei chiedere a tutti; che ruolo hanno la Cna, la Confersercenti e l’Arci? E soprattutto che differenze ci sono con la Confartigianato, la Concommercio o l’Enal? Ve lo dico io nessuna. Fanno solo servizi e guadagnano su questo, ma niente sindacato di categoria o azione di massa su settori importantissimi come economia, cultura e sport.
In conclusione?
Sono entrati in logiche lontane dalla loro storie, logiche che chi veniva dalla Dc e, in parte, dal Psi sapeva maneggiare con destrezza. Vuoi una conclusione? In soli 10 anni gli altri, quelli distrutti da tangentopoli, si sono presi e ripresi tutto. Con una differenza. Lo hanno fatto conquistando non abbattendo le fortezze del vecchio nemico. Ma il lavoro sporco non l’hanno fatto loro. Quando sono arrivati non hanno infatti dovuto smacchiare niente. A farlo ci avevano già abbondantemente pensato quelli di prima.
Chi?
Quelli che nei film western venivano chiamati “i nostri”

UN PARTITO MAI NATO

 

Il nostro giornale nella sua lunga storia ha costruito un lungo dialogo con tutte le forze organizzate o no che fossero volte a comprendere la realtà e trovare la strada per impedire il degrado delle forze politiche della sinistra umbra

Senza settarismi e cercando di promuovere una discussione e rifuggendo dallo sventolare bandiere che non fossero valori e idee per una sinistra rinnovata e adeguata ai nostri tempi,  abbiamo giudicato “il nuovo che avanza” una sciagura per una sinistra comunista che non avendo avuto l’intelligenza e l’umiltà di fare i conti con i propri errori sembrava pronta a costruire soltanto il nulla.

Questo nostro tentativo non ha avuto successo. Oggi abbiamo a che fare con gruppi dirigenti rinnovati anagraficamente ma completamente incapaci di capire le ragioni di fondo dell’arretramento del consenso popolare e della perdita di “feudi” amministrativi del rilievo di Spoleto o Perugia e molti altri ancora.

Nell’ultimo decennio in Umbria un’intera classe dirigente è cambiata. Non è stata la rottamazione renziana ma il risultato dell’accrocco chiamato Partito Democratico che ha consentito la marginalizzazione di dirigenti ex PCI ormai privati dalla gestione dell’amministrazione pubblica. La feudalizzazione della politica ha messo in campo altri vassalli che non sanno bene che fare di fronte alla inarrestabile caduta della spesa pubblica. Come ottenere consenso popolare senza una politica altra da quella del controllo della conduzione degli apparati pubblici? E in presenza dello svuotamento delle risorse e poteri decentrati dello Stato come si può ritrovare la strada per resistere a una crisi economico-sociale che ha riportato l’Umbria ad essere la regione del sud più a nord? Ci vorrebbe qualche idea che tenga conto della non riproducibilità di un sistema di potere incentrato soltanto sulla spesa pubblica ma capace di aggregare forze e intelligenze. Con quali strumenti? Non c’è ormai da molti anni un’idea politica, una visione del mondo su cui discutere. Anzi di politica nel PD non si parla mai quasi per principio. C’è qualcuno che conosce perché caio è contro tizio? Perché la giunta regionale è stata in fibrillazione per mesi o perché a Foligno e a Terni le maggioranze sono a rischio? Le aspre contese sembrano riguardare esclusivamente l’occupazione di seggiole, seggioline e strapuntini per vassalli e loro clientes. Non è incoraggiante anche perché non è obbligatorio vivere nel pantano. Nel pantano ci siamo finiti per molte ragioni. Molte legate al trionfo del neoliberismo come ideologia dominante anche a sinistra; questo ha portato alla caduta di ogni capacità di elaborazione e di studio delle classi dirigenti dei progressisti. La politica istituzionale del centro-sinistra ha prodotto disastri di cui pagheremo il conto per molti anni.

Un esempio per tutti. Le riforme con il timbro di Bassanini hanno modificato il funzionamento del potere amministrativo decentrato.  Nel passato un sindaco in Umbria o un presidente di provincia era innanzi tutto un capo popolo oggi è capo di un’azienda con un suo staff, gli assessori e un’assemblea i cui soli poteri sono quelle delle interrogazioni. E come nelle aziende private, tutto il potere amministrativo è nelle mani dei manager.

Nell’interessante rapporto di Fabrizio Barca elaborato sullo stato del PD perugino viene descritto lo stato dei circoli e il rapporto con i gruppi dirigenti centrali. Pur interessante il rapporto marginalizza una questione decisiva che a nostro parere è quella della rappresentanza. L’aver consentito la politica dei “nominati” ha prodotto la scomparsa di ogni rapporto tra eletto e elettore. Molti della redazione di Micropolis forse non saprebbero elencare i parlamentari eletti dal centro-sinistra in Umbria. Nel Pci post stalinismo la direzione poteva indicare soltanto due eletti in Parlamento. Gli altri candidati erano obbligatoriamente sottoposti al giudizio delle sezioni. I più anziani dicono che non erano discussioni semplici e scontate. Ma forse è soltanto nostalgia dei tempi andati. E poi adesso ci sono le primarie che danno la parola al popolo.

Una sintesi del rapporto Barca: “in molti casi, i circoli risultavano essere strumento delle correnti per il governo del consenso, in Umbria i circoli sono spesso abbandonati a loro stessi e le correnti di partito, che pure giocano un ruolo fondamentale nella gestione del potere, sembrano occuparsene quasi per nulla tranne che nelle tornate elettorali. I circoli non costituiscono la base della filiera che conduce alla gestione del potere. La costruzione del consenso personale passa da altri canali e filiere che non è nostro compito verificare.”

La nostalgia non è una categoria della politica ma a volte la si perdona.

La crisi del PD umbro è profonda. Si tratta di un partito mai nato in cui si è smarrita le peculiarità del PCI che pur con grandi ambiguità dava grande importanza al rapporto dei leader con i militanti ed elettori. Va riconosciuta la capacità degli ex democristiani della Margherita di aver conservato la particolarità DC nel mantenere forte il consenso “personalizzato” del proprio elettorato. Sono troppo numerosi i circoli del PD perugino? E’ probabile, ma l’insediamento territoriale è possibile soltanto con strutture anche fisiche che elettori e militanti riescono a realizzare con il proprio lavoro. Certo non si può pretendere di avere una sezione per ogni campanile come voleva Togliatti. Ma il partito leggero voluto da Veltroni ha dimostrato tutta la propria inconsistenza. Oggi il   circolo ha come unico mandato vero quello di essere seggio elettorale per le variegate correnti organizzate non su idee e valori, ma sul ruolo dei vari capofila.

MICROPOLIS 27 ott. 16

 

LO TSUNAMI REFERENDARIO

– Michele Prospero, 22.05.2016
Sinistra Pd. L’antitodo a Renzi si chiama Costituzione. La fronda interna, afona e travolta dal crollo
di una cultura cultura politica, contratta ai margini
Con un articolo apparso su Repubblica, critico su Renzi e la minoranza Pd incapace di incalzarlo a
dovere sulle riforme costituzionali, Alfredo Reichlin ha un po’ riscattato l’onore politico degli antichi
scolari di Togliatti. Tranne Aldo Tortorella (che però è più legato a Luigi Longo che al Migliore e
quali referenti culturali ha il razionalismo critico di Antonio Banfi e non lo storicismo), nessuno tra
gli eredi di Togliatti (cioè la più preparata generazione politica della Repubblica) aveva preso una
netta posizione critica nei confronti di Renzi.
Persino Macaluso esita a tirare le conseguenze logiche della sua riflessione sempre penetrante sulla
fase politica. Egli pensa che il problema cruciale sia «la pochezza della classe dirigente di cui si è
circondato» il presidente del consiglio. Che si tratti di personalità dallo scarso profilo politico e dalla
inesistente attitudine istituzionale, nessun dubbio. Ma come poteva un leader mediocre, e privo di
esperienza di governo egli stesso, selezionare un ceto politico di qualità?
Macaluso è troppo acuto per non comprendere che il suo dipingere un Renzi come capo discutibile
che però non ha rivali non è un semplice giudizio di fatto, ma un attestato di valore che celebra come
immutabile l’esistente e condanna all’oblio i tentativi di reagire alla decadenza. È però soprattutto
Napolitano che sorprende nella totale adesione allo stil nuovo del renzismo in ragione del quale ha
sposato persino l’illiberale piglio governativo in materia di riforma costituzionale.
Sarà per la profondità dei fondamenti culturali del decisionismo, che il ministro Boschi ha così
esplicitato: Renzi è un politico decisionista perché «è stato arbitro nel calcio. Come arbitro si è
abituati a prendere velocemente decisioni». Dinanzi all’arbitro della Costituzione non si può restare
indifferenti. Sarà per l’aulico linguaggio istituzionale dell’inquilino di Palazzo Chigi («noi mettiamo
lo streaming anche quando andiamo in bagno»).
O sarà per la solidità del sapere economico del premier («Ieri, uscito dalla messa, mi sono fermato a
parlare con il mio amico Gilberto, commercialista. Matteo, che soddisfazione. Ieri ho fatto vedere a
alcuni clienti quanto risparmiano di Irap. Non ci credevano!’»): quel che resta è il sostegno di
Napolitano al plebiscito per l’uomo della provvidenza.
Che di un referendum come evento mistico si tratti l’ha ribadito ancora l’altro giorno Renzi: «Il sì o il
no alla riforma non è un sì o un no tecnico. È un passaggio epocale». Rimane un impenetrabile
mistero della fede a spingere Napolitano, cioè il politico più longevo della casta, a prestare soccorso
al premier che proprio a ottobre intende castigare la casta («Ogni giorno che passa diventa più
chiaro: il referendum di ottobre sarà su argomenti molto semplici. Se vince il Sì diminuiscono le
poltrone; se vince il No restiamo con il Parlamento più numeroso e più costoso dell’Occidente»).
La sinistra, dagli allievi di Togliatti ancora in giro alle sue fondazioni culturali (con Beppe Vacca che
formula una linea genealogica creativa dichiarandosi renziano, e forte sostenitore delle riforme
costituzionali, proprio in quanto comunista togliattiano e gramsciano), dagli eredi di Amendola ai
turchi più o meno giovani, insomma dirigenti di diverse generazioni, è afona e irrilevante. Ciò perché
gran parte del suo ceto politico e intellettuale è rimasto travolto da un crollo di cultura politica e ha
interpretato il renzismo come un fenomeno di lungo periodo. E, senza più alcun pensiero politico, ha
sgomitato per acconciarsi sul carro del rottamatore per contrattare margini personali di
sopravvivenza.
Merito di Reichlin è di aver dato un primo segnale di reazione. E Bersani ha rilanciato la sfida
sostenendo la piena legittimità di comitati per il no promossi dal Pd. Questa è la strada migliore. La
sinistra Pd è un danno in potenza ogni volta che si muove in cerca di mediazione. In nome del
miglioramento delle leggi ha contribuito a stravolgere la Costituzione e il diritto del lavoro. Se non
ha il fegato per emendare proprie colpe e aprire comitati per il no, almeno non intraprenda quelle
operazioni di scambio che finiscono per edificare mostri.
Il problema principale oggi non è, infatti, l’elettività del senato ristretto e privato del voto di fiducia.
E quindi la minoranza non si agiti inutilmente per strappare impegni sui modi di designazione dei
dopolavoristi e poi consegnarsi a un Renzi ringalluzzito per la legittimazione delle sue pratiche
illiberali ricevuta dai nemici interni. Il nodo è la legge elettorale. Rimuova lo scempio dell’Italicum e
i senatori, il governo, li può pure ricavare in blocco dai consigli comunali di Rignano, di Montelupo
Fiorentino, di Campi Bisenzio o Laterina. Elimini il premio di maggioranza e i senatori a vita per alti
meriti verso la Repubblica il governo può pure indurre il Quirinale a sceglierli tra i banchieri
dell’Etruria o del Credito fiorentino.
L’atmosfera miracolistica creata attorno a un leader senza retroterra, che non può perdere il
referendum altrimenti sul paese si abbatte il diluvio, la dice lunga sulla decadenza politica e
culturale della repubblica. Tutti gli argomenti che suonano sul tasto: Renzi è una nullità ma non ci
sono alternative non sono prove a sostegno di Renzi. Sono piuttosto una conferma della crisi della
democrazia di cui lo statista di Rignano è un’espressione crepuscolare, non certo la terapia.
L’alternativa a Renzi? La Costituzione, bene da non disperdere nella sua normatività che esclude
ogni uso partigiano di una maggioranza governativa. Che la sinistra del Pd apra dei comitati per il no
all’occasionalismo costituzionale è il minimo che possa fare.
© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

SENZA PARTITO

Senza partito
– Norma Rangeri, 08.03.2016
.
Gli elettori hanno girato al largo e disertato i gazebo delle primarie. Sia a Roma che a Napoli, le due
grandi città chiamate a esprimere il candidato sindaco del Pd, ha partecipato la cerchia sempre più
ristretta dei militanti e simpatizzanti. Certo non si tratta di fulmine a ciel sereno. E anche se lo stato
maggiore del Nazareno minimizza sulla scarna, desolante affluenza, ci pensa Massimo D’Alema ad
affondare il coltello nella piaga del grande flop, vedendo «più osservatori che protagonisti».
La consolazione della vicesegretaria Serracchiani, che mette a confronto i partecipanti di Roma con i
tremila clic del M5S per scegliere la candidata grillina, appare perfino penosa perché mette in
evidenza qual è la paura del Pd nella capitale. Mentre il vero confronto utile per correggere gli
errori dovrebbe essere fatto con i centomila votanti delle primarie 2013 per il sindaco Marino (che,
almeno oggi, gongola). Annacquare il voto di allora con la presenza dei mafiosi, dei «capibastone poi
arrestati», come suggerisce il commissario Orfini, denota nervosismo, anche se comprensibile. I
numeri dicono che da solo Marino aveva raccolto più voti di tutti i candidati messi insieme dalla
primarie di domenica.
Adesso il passa parola è nascondere la realtà dell’evidente declino del partito. Una realtà raccontata
dai numeri (accettando per buoni i 43mila votanti di Roma e i 30mila di Napoli), che per la capitale
non si possono spiegare solo con l’effetto shock di Mafia Capitale, la pentola scoperchiata del
sistema che legava a doppio filo politica e malaffare, con il conseguente distacco e disgusto
dell’opinione pubblica e dei militanti. Questo flop nella partecipazione è il segno di un progressivo
distacco con il popolo della sinistra (che probabilmente non esiste più), accentuato dal fatto che
Roma e Napoli sono due città dove il Pd è stato commissariato. Ma è anche la conseguenza della
strategia politica renziana (non è chiaro quanto lungimirante), di un leader cioè che mal sopporta il
partito ereditato dalla stagione bersaniana.
Che non ci sarebbe stata la fila ai gazebo per scegliere tra Giacchetti e Morassut nella capitale, o tra
Bassolino e Valente a Napoli, non era largamente prevedibile. Era nell’ordine delle cose. E
ascoltando e leggendo le testimonianze ai seggi, risulta evidente lo sconforto di quell’elettore di
centrosinistra che non trova più le motivazioni per impegnarsi in un partito che sembra andare in
un’altra direzione. D’altra parte il segretario-presidente il suo rapporto diretto con l’elettore se lo va
a cercare in televisione, pubblica e privata, che lo ospita generosamente offrendogli percentuali
bulgare. E pazienza se il gazebo di strada resta vuoto quando a riempire quello mediatico ci pensa
Canale5 con il salotto domenicale di Barbara D’Urso.
Anche se l’opposizione alza la voce, verrà messa tra parentesi. L’obiettivo principale, e non
marginale, di Renzi è vincere le elezioni amministrative. Se dovessero andar male sarebbe l’inizio
della sua fine politica. Tuttavia c’è ben poco da sorridere a sinistra del Pd. Al momento, soprattutto a
Roma, regnano l’indecisione sul candidato e sullo schieramento che lo sosterrà. Il voto ai gazebo
dimostra che tra gli elettori storici di sinistra c’è disorientamento, smarrimento. Un vuoto politico da
riempire al più presto.
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Governo, l’ex garante e il tifo per il regista

– Michele Prospero, 18.02.2016
.
Nel clima, insolito per una democrazia, di celebrazione per i due anni trascorsi da Renzi al governo,
si distingue un intervento di Sabino Cassese (Corriere della Sera del 16 febbraio). Il giudice
costituzionale emerito ha un’ammirazione per Renzi cui attribuisce «tre colpi da maestro». Lo
chiama «il regista» e vede nella «energia del populismo» una formidabile forza con la quale ha
sinora realizzato «record» e prestazioni memorabili.
Le virtù eccelse dello statista di Rignano per Cassese poggiano su una miscela fantastica: un po’ di
Berlusconi, un po’ di Grillo e un po’ di Salvini. Un mostro? Nient’affatto. È proprio con questa
porzione magica di tutti i populismi possibili che Renzi «è riuscito a far risalire la fiducia dei cittadini
nello Stato». Sarà.
Da un giudice emerito della Consulta ci si aspetterebbe qualche attenzione a riti e forme. Ma questa
ossessione per le procedure non vale per Cassese. Il quale esalta il governo proprio perché con «una
politica di movimento» (canguri, raffiche di voti di fiducia in aule deserte) ha messo «in cantiere e
fatto approvare le riforme costituzionali, elettorale ed amministrativa».
Innamorato della «politica-movimento» Cassese non coltiva la politica-istituzione e quindi non trova
nulla da dire sulla irrituale, anche se non inedita, titolarità governativa delle riforme costituzionali.
Un solo appunto, però. Cassese dà per già approvate le riforme. E tuttavia le riforme costituzionali, a
chi viene dalla Consulta non dovrebbe sfuggire il dettaglio, necessitano di una procedura aggravata,
e ancora la camera deve provvedere alla seconda deliberazione. Va bene l’anti-formalismo della
«politica-movimento», ma le forme ancora contano.
Non nel pensiero giuridico di Cassese, a quanto sembra. Egli, per sanare l’ambigua, non illegittima,
posizione di un presidente del consiglio non parlamentare, conia la sorprendente formula della
«fiducia popolare posticipata». Essa contiene una categoria giuridica posticcia (il governo peraltro
ha bisogno di fiducia parlamentare, non di una investitura popolare) e una ingenuità politica (Renzi
non era candidato neppure alle europee che lo avrebbero legittimato ex post).
Non stupisce che un giurista sensibile alle forzature della «politica di movimento», e con un’idea
strana dell’investitura posticipata dei governi parlamentari, consideri i sindacati dei lavoratori delle
«corporazioni», e celebri Renzi perché ha messo a nudo «l’incapacità delle oligarchie sindacali di
uscire dal loro medioevo». Chi il medioevo l’ha invece abbandonato è il giudice emerito che vive già
nello splendido futuro della politica a «fiducia popolare posticipata». Dinanzi a concetti così scivolosi,
qualche dubbio circa la saldezza dello stato di diritto in Italia è inevitabile.
© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE